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Gli italiani ed il Cile |
Simonetta Sandri |
In tale articolo, si cerca di fornire una risposta, se pur breve, alla questione di come si è radicata la presenza dei nostri connazionali in Cile e di quale è stato il loro apporto alla vita politica ed economica del Paese.
I navigatori italiani nelle regioni magellaniche
Il 21 ottobre 1520, il portoghese Ferdinando Magellano scopriva il passaggio intraoceanico: alla spedizione parteciparono ventisei Italiani, quasi tutti originari della costa ligure, ma anche provenienti dalla Sicilia, dalla Campania, dal Veneto e dall’Emilia. Il cavaliere vicentino imbarcato sulla Trinidad, Antonio Pigafetta, diventerà il più famoso, essendo il cronista della più incredibile impresa marittima compiuta fino a quel momento, che si concluse con la prima circumnavigazione del globo.
I cartografi italiani, noti per la loro arte e tecnica, diventeranno gli artefici della diffusione delle conoscenze su quelle terre lontane. La prima mappa che raffigura lo stretto di Magellano fu, infatti, attribuita a Giovanni Vespucci, cugino di Amerigo ed allora cartografo a Siviglia. Seguirono numerose altre mappe dei nostri abili cartografi, fondamentali alla conoscenza del nuovo mondo e tutte eseguite in Italia: il planisfero della Laurenziana (1526), la mappa del Visconte di Maiollo (1527), il mappamondo di Girolamo da Verrazzano (1529) ed il planisfero di Sebastiano Caboto (1544). Se, in seguito, l’arte cartografica si concentrò in Olanda e Francia, altre mappe furono ancora tracciate e stampate in Italia, come quella del Cile di Antonio Zatta (1785).
Emigrazione spontanea o assistita
Non si può parlare di vera e propria immigrazione italiana in Cile prima del XIX secolo. Nei secoli XVI-XVIII, infatti, si registra una modesta presenza italiana fra i marinai, i commercianti, i militari ed i religiosi. Solamente nel periodo 1821-1835 si registra l’arrivo in Cile di alcuni immigrati italiani, fa cui Pedro Alessandri, primo console del Regno di Sardegna in Cile e zio di uno dei futuri Presidenti della Repubblica, Arturo. Nel 1824-1856 nascono le prime importanti industrie italiane, mentre la prima legge cilena di colonizzazione del 1845 favorisce l’afflusso di coloni stranieri. Gli Italiani, al primo censimento degli stranieri del 1854, sono solo 406, ma poi cresceranno: 980 residenti italiani al censimento del 1865, 1926 a quello del 1875, 4144 a quello del 1885. Si tratta per lo più di un’immigrazione urbana di lavoratori autonomi del terziario, soprattutto di commercianti nell’alimentare e di artigiani.
L’immigrazione italiana viene distinta, dagli studiosi del settore, in spontanea ed assistita. La prima è un’emigrazione decisa volontariamente e spontaneamente dagli individui, che intraprendono il viaggio in Cile o per libera scelta o per richiamo ed invito di un nucleo familiare già stabilitosi in loco. La seconda è più "forzata", perché programmata dai governi e decisa in base ad incentivi o vantaggi proposti all’emigrante.
Ci pare di comprendere che un’emigrazione italiana spontanea, orientata al settore agricolo, si verificò verso alcune regioni del Cile (Tarapacá, all’estremo nord) ma che quella organizzata sembrò prevalere.
Il 1890 è l’anno della prima esperienza di immigrazione italiana organizzata: tecnici e lavoratori italiani vengono assunti dall’agenzia genovese si una società belga per la costruzione della ferrovia transandina. I bassi salari faranno disperdere la comunità italiana in Argentina o nei centri urbani cileni.
A partire dal 1900, piccoli e medi imprenditori italiani si affermano nel settore alimentare (soprattutto Liguri) e dell’abbigliamento (Meridionali).
Il secondo esperimento di immigrazione organizzata ha luogo nel 1903: l’impresa di colonizzazione Nueva Italia, fondata dal giornalista Salvatore Nicosia e dai fratelli Giorgio ed Alberto Ricci, ottiene una concessione di terre demaniali nella provincia di Malleco, nel sud del Paese. Ventitré famiglie arrivano dal modenese, ne seguono altre. Nel 1908, nonostante molte famiglie abbiano lasciato la colonia, il governo cede all’impresa la proprietà definitiva dei terreni, che, alla metà degli anni venti, vengono trasferiti alle famiglie rimaste.
La massima presenza percentuale italiana in Cile si ha nel 1907, 13023, lo 0,4% della popolazione: da allora fino al 1949 gli Italiani saranno il secondo gruppo europeo più rappresentato, dopo gli Spagnoli.
Il terzo ed ultimo esperimento di immigrazione italiana organizzata si ha nel 1951, quando viene fondata la Compagnia di colonizzazione italo-cilena. Il governo concede terre nelle province di Coquimbo e Linares che però si rivelano presto inadatte alla coltivazione. Molte della famiglie trentine giunte fin qui si disperdono.
Dal 1955 il flusso migratorio diminuisce: il 1987 registra una collettività italiana di 4710 unità, di cui solo il 36% sono italiani di prima generazione.
La vita politica cilena: Alessandri, Guarello e Nicosia
G. Bollati, nel saggio "L’Italiano" della Storia d’Italia, ricorda che "a Princeton, studenti invitati a definire gli Italiani rispondono senza pensarci su troppo: "artistic, impulsive, passionate" ". Uno stereotipo che resta tale ma che ci pare interessante. Potremo leggere questi tre aggettivi in maniera positiva, e vogliamo farlo, ma anche coglierne i risvolti negativi che talora possono influenzare la visione degli Italiani. Per anni, infatti, in Cile, tali "presunte" caratteristiche hanno fatto dell’italiano una figura non sempre apprezzata e talora caricaturale: un tipo troppo disinvolto, esagerato in tutto, un po' opportunista. Soprattutto gli storici non avevano sempre un’immagine positiva dei nostri connazionali e solo negli ultimi anni la visione è cambiata, in meglio.
Ed invece, l’Italia ha dato al Cile personaggi di spicco nella vita pubblica nazionale, fra i quali Arturo Alessandri Palma. Per quanto figura controversa, tale uomo politico fu molto importante nella storia cilena, divenendo due volte Presidente della Repubblica nel 1920-1925 e nel 1932-1938.
La famiglia di Alessandri è originaria della Toscana: i genitori del fondatore della famiglia, Pedro, erano Pisani. Pedro, che, come abbiamo precedentemente indicato, era emigrato in Cile nel 1821 e vi aveva fatto affari, aveva lasciato agli Alessandri una buona posizione economica, facendoli rientrare nel ceto medio. Arturo, dopo un periodo di infanzia alla campagna, si era trasferito a Santiago, dove, terminati gli studi di diritto, aveva iniziato ad esercitare la professione di avvocato (lo Studio legale Alessandri esiste ancora oggi). Nel 1897, fu eletto deputato per il distretto di Curicò, provincia rurale del Cile; già nel 1898 ebbe un primo incarico al Ministero dell’Industria e nel 1913 e 1918 fu nominato, rispettivamente, Ministro delle Finanze e degli Interni. Circondato dal fervore popolare, arriva alla Presidenza della Repubblica nel 1920, periodo di difficoltà e di miseria per il Cile. Lascerà le basi di una legislazione del lavoro e sociale, la creazione di una banca d’emissione, il Banco Central, ed una nuova Costituzione, sostitutiva di quella del 1833.
Angel Guarello Costa, nato a Valparaíso nel 1866, deputato, senatore e poi ministro democratico, era figlio di un marinaio genovese installato a Valparaíso nel 1837 con la sua fonderia. In tale città, Guarello compì i suoi studi, per poi recarsi a Santiago per studiare legge. Fin dall’infanzia ebbe contatti con il mondo imprenditoriale: creatore di società ed industrie, viene definito come lo stereotipo dell’Italiano imprenditore, che si contrappone al piccolo commerciante. La stima di tale personaggio deriva dalla sua completa partecipazione alla vita locale e nazionale indipendentemente da ogni clientelismo legato alla comunità italiana.
Salvatore Nicosia, a differenza delle due personalità precedenti, è nato in Italia, a Napoli, nel 1885. "Totò" è di famiglia nobile - barone di Lidestri e San Giacono del Pozzo - e spicca per la sua attività di anarchico e di giornalista. Come giornalista e come console della repubblica argentina in Cile, compì un’opera di avvicinamento fra le due nazioni. Come "amico del Cile" aveva preso parte, con i fratelli Ricci, alla fondazione della colonia di immigrati Nueva Italia nel sud del Paese.
I gruppi economici cileni
La storia dei gruppi economici cileni è strettamente legata agli avvenimenti politici e sociali del Paese.
Bisogna premettere che in Cile, il "gruppo economico" viene definito come un insieme di società unite da legami di proprietà che intervengono in diversi settori, sotto un’amministrazione centralizzata, in seno alla quale operano persone unite da legami familiari o da fiducia personale.
Durante i governi "radicali" degli anni 1938-1958, lo Stato - l’"Estado-Empresario" - ricopriva un ruolo attivo nel campo economico, associandosi e collaborando strettamente con il settore privato. Le politiche economiche erano, infatti, conservatrici in materia fiscale e tariffaria e le imprese dipendevano completamente dallo Stato in materia di credito e di determinazione dei loro prodotti. L’amministrazione Allende del 1970 portò alla creazione di una vasta zona di proprietà dello Stato, l’"area di proprietà sociale " (APS).
Il colpo di Stato militare del 1973 comportò un cambiamento radicale nella filosofia economica governativa: si privilegiò il diritto di proprietà individuale e la privatizzazione divenne la parola d’ordine. La crisi economica del 1981 segnò la battuta d’arresto di tale ondata di privatizzazioni che riprese nel 1985. In tale anno, alcune delle più importanti compagnie cilene vengono messe in vendita, fra le quali la petrolifera Copec, aggiudicata ad una società formata dal gruppo Angelini e dalla società Carter Holt.
Oggi, i gruppi economici cileni possono, dunque, essere suddivisi in quattro categorie:
i gruppi tradizionali o familiari (gruppo Matte o Angelini)
i gruppi emergenti (Koppers, Pathfinder)
i gruppi familiari "rinnovati" (Cruzat, Claro)
i nuovi gruppi (Enersis).
Fra gruppi familiari "pionieri", ricorderemo il gruppo dell’italiano Angelini, caratterizzato da una gestione centralizzata, da un’enorme diversificazione di attività e dall’esistenza di legami familiari e personali fra gli attori del gruppo stesso.
La partecipazione italiana all’industrializzazione del Cile
Il processo di industrializzazione del Cile inizia alla fine del secolo XIX ad opera soprattutto degli immigrati europei. La società cilena era allora basata essenzialmente sull’agricoltura, sullo sfruttamento delle miniere ed il commercio, mentre l’industria costituiva un’attività aggiuntiva e di minor importanza. Fin dall’inizio, quindi, l’immigrazione europea si fece sentire e notare nell’industria, ancora poco sviluppata ed i governanti compresero immediatamente l’importanza della presenza straniera per la crescita del settore.
Gli italiani contribuirono enormemente al decollo industriale del Cile negli anni Venti, quando piccoli e medi capitalisti crearono industrie in vari settori: dagli alcolici, alle ceramiche ed ai prodotti alimentari.
Fra le industrie di liquori possiamo ricordare la Farinelli, Vanoni y Compañía, che scomparve nel 1896, e le ancora esistenti Virgilio Brusco di Valparaíso e la Francisco Cinzano y Compañía ltda. (1922). Fra le vetrerie, spiccano, per le sue antiche origini, quella di Angel Dell’Orto, fondata nel 1875, o di Andrea Toscarini, creata nel 1889. Il settore alimentare è quello più consistente: la Compañía Molinos y Fideos Carozzi (fondata nel 1907) e la Molinos y Fideos Luchetti SA (1905) sono le più importanti. Fra le fabbriche di spaghetti ricordiamo la più antica, la Basso y Basso di Valparaíso (1856); fra le industrie conserviere, La Molfino Hermanos (1824); fra le industrie di cioccolato, la Fábrica de Confites y Chocolate Costa (1907). Vi sono poi sartorie e case di moda, fabbriche di maglieria (Machiavello, Solimano y Compañía, 1894), di legnami e mobili, metallurgiche (Antonio Costa Rocca, 1838) e meccaniche, industrie tipografiche (Juan Marinetti, 1914), di cuoio e pelli, di tabacco (Talca da Eusebio Forno, 1894), di veicoli e materiali da trasporto, di scatole di cartone (Luis Cavalli, 1918). Gli italiani sono dunque assai presenti nell’industria cilena ed investono enormi capitali nel settore, contribuendo, quindi, fin dalla fine del secolo scorso allo sviluppo industriale del Paese. Vi contribuiscono altresì attraverso la creazione di organizzazioni che tutelano i loro interessi commerciali, quali la Lega degli Esercenti, fondata a Valparaíso nel 1902 e la Camera di commercio italiana, qui fondata e trasferita a Santiago nel 1949, la quale ha sempre operato attivamente a favore degli scambi commerciali italo-cileni.
Imprenditori di rilievo: Anacleto Angelini Fabbri
Anacleto Angelini Fabbri, l’uomo oggi più ricco del Cile secondo la rivista Forbes, nasce a Ferrara nel 1914 da una famiglia di commercianti di granaglie. Maggiore di tre fratelli, dopo un trasferimento in Abissinia nel 1936, torna in Italia ove, di fronte ad un Paese in crisi post-guerra, matura la decisione di emigrare definitivamente. Nel 1948 parte, dunque, per il Cile, sbarcando a Santiago, con un capitale ed un’esperienza nel commercio. Gli studi di ingegneria, peraltro non completati, lo spirito imprenditoriale, oltre che l’immaginazione, l’iniziativa e la costanza lo portano ad intraprendere i primi passi negli affari. Con un altro italiano, Antonio Franchini, rileva una fabbrica di vernici in bancarotta, "Tajamar", riportandola in attivo, e fonda successivamente l’impresa edile "Franchini e Angelini ltda". Acquista poi un’azienda di conserve, una fabbrica di serrature e laminati e negli anni Cinquanta, con il fratello Gino venuto dall’Italia, entra nel settore che sarà la base del suo futuro impero finanziario e commerciale: la farina di pesce. Nel frattempo si sposa con Marita Noseda Zambra, figlia di Italiani, con la quale è ancor oggi ma dalla cui unione non sono nati figli.
Nella metà degli anni Settanta, quando inizia il boom delle privatizzazioni dei primi tempi di Allende, sbarca nel colosso petrolifero della holding Copec, che all’epoca comprende Celulosa Arauco, la maggior impresa forestale del paese, le società di distribuzione elettrica del sud, Saesa e Frontel, oltre a quella di distribuzione di gas, Abastible. Angelini acquista il 41% di Copec nel 1985, arrivandone ad acquisire il pacchetto di controllo nel 1999, alla conclusione di una grande disputa impresariale con il suo ex-socio neo-zelandese Carter Holt Harvey, durata più di 6 anni, che porta "Don Cleto" a controllare il 60,11% di Copec.
Dal 1985 dilaga: apre o rileva imprese nel settore forestale, ittico, finanziario, navale, metalmeccanico, elettrico, minerario. Nel 1987 il Vaticano lo nomina Commendatore di S. Gregorio Magno, per la sua collaborazione alla visita del papa Giovanni Paolo II in Cile. Nel 1994 gli viene concessa la nazionalità cilena per grazia presidenziale, per esser stato "uno dei più brillanti imprenditori del Cile, creatore e precursore dell’industria ittica del Paese, trasformata in uno dei pilastri dello sviluppo nazionale e regionale del Cile".
L’impero di Angelini è stimato, solo per le sue due maggiori imprese, Copec e Celulosa Arauco, oltre 15 mila miliardi di lire. Le due società occupano il primo ed il secondo posto tra le più importanti imprese cilene.
"Don Cleto" è un personaggio amato, che per manifestare i suoi punti di vista si serve sempre di terzi, comparendo poco ma dirigendo da dietro le quinte. Un uomo di 85 anni che non ha mai concesso interviste, che non partecipa agli avvenimenti mondani (preferisce leggere ed ascoltare musica sulla sua terrazza), che ha la stessa segretaria, la signora Elena, da 43 anni e che di tanto in tanto possiamo scorgere a cenare nel suo ristorante favorito al centro di Santiago, le Due Torri...
Il gruppo Angelini
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Imprese controllate al 31.12.96 |
partecipazione in % |
patrimonio in milioni di pesos |
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Copec S.A. |
30,1 |
1 085 623 |
|
Abastible |
97,9 |
21 346 |
|
Saesa |
93,1 |
38 300 |
|
Empresa Electrica Guacolda |
24,5 |
50 464 |
|
Cel. Arauco y Constitucion |
99,9 |
714 839 |
|
Forestal Arauco |
99,9 |
483 073 |
|
Forestal Celco |
99,9 |
88 315 |
|
Bosques Arauco |
99,9 |
237 413 |
|
Forestal Chile |
99,9 |
138 237 |
|
Forestal Valdivia |
99,9 |
103 912 |
|
Cocar |
45,0 |
37 180 |
|
CCU |
8,3 |
142 912 |
|
Pesquera Iquique-Guanaye |
65,9 |
n/d |
|
ABC Comercial |
97,9 |
22 333 |
|
Puerto de Lirquen |
23,2 |
20 567 |
|
Antarchile S.A. |
46,0 |
349 686 |
|
Inversiones Socoroma |
85,6 |
333 797 |
|
CSAV |
15,4 |
131 994 |
|
Inversiones y Des Los Andes |
42,8 |
n/d |
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AFP Summa |
16,9 |
10 204 |
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Forestal Cholguan |
47,3 |
86 208 |
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Mad. Pren. Cholguan |
37,6 |
26 331 |
|
MDF Chile |
50,0 |
19 959 |
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Eperva |
50,0 |
75 029 |
|
Pesquera Iquique-Guanaye |
27,8 |
87 557 |
|
Inversiones Slemel |
60,0 |
28 010 |
|
Seg. Gen. Cruz del Sur |
99,9 |
13 416 |
Fonte: www.fsa.ulaval.ca/personnel/vernag/PUB/Chili_groupes.hrm
Interviste ad alcune italiane
P. Zaldívar, nel suo capitolo dedicato alle esperienza di alcune donne italiane in Cile (ne "Il contributo italiano allo sviluppo del Cile", ed. FGA, 1993), presenta alcune testimonianze interessanti di emigrazione femminile in tale Paese.
Fra le intervistate, ne vengono selezionate 15: persone semplici e comuni, tutte nate fra il 1902 ed il 1950, emigrate dall’Italia fra i venti ed i trentasei anni e provenienti, per la maggior parte, da regioni settentrionali. Se queste donne sono dunque emigrate fra il 1936 ed il 1953, l’anno di emigrazione corrisponde con l’anno di arrivo in Cile, senza dunque tappe intermedie in altri Paesi. Inoltre, sono tutte emigrate direttamente dal loro comune di nascita - non conoscevano dunque altre realtà -, sono per lo più sposate con Italiani, ed hanno deciso di emigrare principalmente per motivi politici ed economici legati al ventennio fascista ed alla seconda guerra mondiale.
Dalle interviste emergono vari punti interessanti.
Per esse, in primo luogo, la partenza è sempre dolorosa: partire è separarsi, lasciare alle spalle la famiglia, con sensi di colpa. In secondo luogo, talora decidono esse stesse di partire - le nubili - talora seguono il marito: la risoluzione di partire è presa sempre rapidamente.
La scelta del Cile, come si è visto nei movimenti migratori italiani, quali quello verso il Brasile, è spesso dovuta alla presenza di una tradizione migratoria familiare: si parte perché membri del nucleo familiare sono già installati in tale Paese ed il richiamo degli stessi è il primo motore. D’altra parte, molte delle intervistate sottolineano la somiglianza del Cile con l’Italia, non solo dal punto di vista climatico, linguistico e religioso, ma anche per le caratteristiche della popolazione.
L’arrivo in Cile con quasi tutti i propri beni - biancheria, ornamenti, utensili domestici - è accompagnato dal sentimento che tale partenza sarà solo temporanea: i bagagli non vengono inizialmente disfatti, nell’idea che presto si rientrerà nella patria d’origine. La nostalgia viene a poco a poco superata: i figli nascono e crescono in Cile, l’adattamento arriva lentamente con l’apprendimento e la padronanza dello spagnolo; le Italiane disfano i loro bauli e si installano nelle loro nuove case, creando il loro spazio ed il loro piccolo e ben curato giardino. L’ospitalità cilena le aiuta ad inserirsi, l’isolamento esterno, inizialmente dovuto al fatto di parlare un’altra lingua ed di restare spesso in casa, viene meno.
Pur dopo tanti anni passati in Cile, le intervistate sentono di aver mantenuto la loro identità d’origine. Sono sempre un po' divise fra la loro italianità e l’affezione per il Paese che le ha accolte, e dunque non esitano a definirsi italiane e cilene allo stesso tempo, anche se talune, a causa di tale difficile dualità, preferiscono oramai qualificarsi come "cittadine del mondo". Se rientrano saltuariamente in Italia, non prevedono, ad ogni modo, di ritornarvi definitivamente.