COLOMBIA, UN PAESE NEL MIRINO

Simonetta Sandri

 

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La situazione della maggior parte dei Paesi d’America Latina, il cui tessuto sociale, economico e culturale è fortemente intriso della componente italica, si aggrava di giorno in giorno. Chi parla di effetto-domino della crisi argentina, chi riconduce il fenomeno alla generalizzata crisi internazionale.

In tale panorama, la Colombia non è forse uno dei Paesi maggiormente rappresentativi della nostra comunità nel mondo, ma diversi elementi ci legano a questo Paese martoriato, dalle lussureggianti e smeraldiche foreste.

 

Immaginiamo di sorvolare con un piccolo aereo da turismo il verde accecante della selva colombiana, scorgiamo qua e là dei puntini in movimento. Paiono rossi o forse gialli. Si muovono con leggerezza ed abilità. Soprattutto in silenzio. Potrebbero essere dei guerriglieri delle FARC (le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) di Manuel "Tirofijo" ("Tirofisso") Marulanda, dei paramilitari o dei membri dell’esercito regolare. Potrebbero essere soldati statunitensi a rinforzo del Plan Colombia lanciato dal governo Clinton durante la presidenza colombiana di Pastrana. Chissà.

In Europa si parla della Colombia con difficoltà e talora riserbo, si capisce poco di questa realtà complessa di guerre e guerriglieri, di narcotraffico e violenza. La Colombia è sotto tiro, da ogni lato.

Nel Paese divampa dalla fine degli anni Sessanta una guerra civile che vede schierati, da un lato, esercito e paramilitari, dall’altro, le FARC e l‘ELN (l’Esercito di Liberazione Nazionale). L’esercito collabora con le organizzazioni paramilitari di estrema destra - legate ai gruppi dei narcotrafficanti - per contrastare i movimenti rivoluzionari. Ad oggi si contano più di 35 000 morti. Per combattere la guerriglia, gli Stati Uniti forniscono aiuti economici e logistici dietro il paravento del Plan Colombia, ideato per lottare contro il traffico di droga (ma chi è fra i maggiori consumatori di cocaina al mondo ????).

L’invio di militari americani in Colombia non è ancora una altro dei tanti cavalli di Troia disseminati sui suoli stranieri nel mondo ? Quando i soldatini usciranno dal cavallo per rafforzare il controllo politico, militare ed economico in un altro strategico Paese dell’America Latina ? Quanti elicotteri Black Hawk saranno ancora inviati nelle verde Amazzonia ed al costo di quanti milioni di dollari ?

Non lasciamoci troppo andare né lasciamoci influenzare dalle tesi di politologi e giornalisti che, come Giulietto Chiesa, ipotizzano un inquietante tentativo dell’intelligence americana di conquista del mondo capace di ideare un 11 settembre. E torniamo alla Colombia, Paese martoriato dalla guerriglia più antica d’America, ove nel vocabolario quotidiano si includono le bombe, i sequestri, gli assassini, la corruzione ed i narcos di Pablo Escobar, nome che evoca un film americano d’azione pieno di stereotipi, ove una specie di Don Johnson incrocia un’altra specie di Benicio del Toro (...quando non interviene il buon Michael Douglas che salva tutti gli americani dai cattivi). Il quotidiano Le Monde ha parlato nelle scorse settimane di un piano con strategia Ben Laden sventato dai servizi segreti colombiani per accogliere la successione Pastrana.

Le notizie sono ogni giorno più inquietanti.

L’insediamento del nuovo Presidente della Repubblica, Alvaro Uribe Velez, lo scorso 7 agosto è stato salutato da un grave attentato della guerriglia, che ha provocato 24 morti e vari feriti. Lo stesso padre di Uribe è stato assassinato dalle FARC nel 1983. Le violenze di questi giorni hanno portato la presidenza a decretare lo stato di emergenza su cui si pronuncerà la Corte Costituzionale. Si rischia un inasprimento delle violenza. L’agenzia di stampa Anncol che pubblica i comunicati delle FARC avverte dei pericoli di un tale tipo di posizione.

Il 12 agosto un commando di otto uomini a volto coperto sequestra il colombiano Aldo Arcieri Marchetti, alto funzionario della Coca-Cola in Venezuela. L’attacco ai cittadini colombiani è parallelo a quello contro gli stranieri, italiani compresi. E la cronaca continua.

 

Cronache di sequestri ordinari: o "l’effetto alkaselzer"

 

E’ più facile immaginare la dinamica di un sequestro quando si è letto Garcia Marquez delle lunghe frasi e ci si è un poco persi nelle sue incredibili e variopinte descrizioni. E’ duro far riaffiorare le immagini dei film argentini o dei lungometraggi sulle dittature sudamericane, visti una prima volta e mai una seconda.

Le cronache italiane, tuttavia, hanno spesso parlato delle violenze subite dai nostri connazionali in Colombia. Con un poco di disattenzione si lasciano scorrere i trafiletti delle "pagine di servizio" dei quotidiani. Eppure sono numerosi i casi di sequestri di connazionali con la tecnica abituale dei finti posti di blocco. L’imprenditore Danilo Conta, per citarne uno, vive da vent’anni in Colombia, ove possiede diverse attività commerciali. Nel 1997 viene sequestrato dalle FARC. Alla sua riapparizione, scopre di non avere più alcuna proprietà. In attesa del riconoscimento dei propri diritti da parte delle autorità colombiane, dopo numerose minacce di morte, vive nell’ambasciata italiana di Bogotà. Gaetano Izzia, il tecnico dell’industria dolciaria Carle & Montanari, rapito dai guerriglieri dell’ELN il 15 settembre 2000, viene rilasciato nel mese di novembre 2001. Nell’aprile 2002, sono rilasciati Pietro Bocchiola e Claudio Cellaro, i due tecnici di Rozzano sequestrati dall’ELN dal 2000. Nello stesso mese, le FARC catturano il turista Claudio Brugnani; l’ingegnere Gian Luigi Ravotti, rapito a Medellin dalle FARC, è rilasciato nel mese di aprile 2002., attraverso la mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Il "kidnapping" colpisce tutti senza distinzione: colombiani, stranieri, personaggi di spicco della politica e dell’economia, rappresentanti del popolo e delle multinazionali. Il sequestro è impiegato come azione politica e fonte di finanziamento della "guerrilla", come strumento lucrativo delle mafie locali. Come quello che la poetessa Maria Mercedes Carranza chiama "l’effetto alkaseltzer": l’orrore di oggi cancella quello di ieri.

 

Betancourt caduta nella "Pesca milagrosa" ("pesca miracolosa")

 

Ancora una vittima illustre delle FARC, caduta in quella che i guerriglieri chiamano la "pesca miracolosa": la senatrice ed allora candidata presidenziale Ingrid Betancourt, sequestrata nel mese di febbraio scorso.

La "signora della pace", come è stata battezzata dalla ampia fascia della popolazione che la sostiene, è da allora scomparsa nel nulla. Dal giorno del suo sequestro si parla tanto di questa donna forte, ma noi vogliamo anche parlare della madre, non solo per le sue origini, ma anche per la forte forza di volontà e la voglia di combattere per l’intera Colombia. Ci piace sapere che in Ingrid scorre un poco di sangue italiano da parte materna. Figlia di Gabriel Betancourt, diplomatico e Ministro, e di Yolanda Pulecio, donna di cui si parla enormemente perché ha aperto il primo Albergue nella prigione di Bogotà e cerca spazi per ospitare i bambini diseredati di Bogotà, Ingrid eredita dalla madre un forte senso della vita e del coraggio.

Con un’infanzia parigina fra palazzi dorati ed ospiti intellettuali della propria dimora del calibro di Gabriel Garcia Marquez, Fernando Botero e Pablo Neruda, Ingrid frequenta le università francesi. Ma tornerà in Colombia per appoggiare "Mamà Yolanda" prima e per combattere per la libertà del suo popolo poi.

Ingrid Betancourt, nell’edizione italiana di "La Rage au Coeur" ("Forse mi uccideranno domani", Sonzogno, 2002) così descrive la madre: "Mia madre ... gioca volentieri. E’ spontanea, sensibile, attiva, un incrocio tra Audrey Hepburn e Sofia Loren. La mamma è solare, avida di vita, piena di calore da condividere: non riesce a nascondere le sue origini italiane". Ex-reginetta di bellezza, ha lasciato Bogotà per seguire il marito a Parigi ma approfitta del suo soggiorno nella capitale francese per studiare il sistema locale di assistenza all’infanzia. Nel 1966, il ritorno a Bogotà, ove Yolanda sceglie la carica che le permette di aiutare maggiormente i bambini bisognosi: vice-sindaco di Bogotà ed assessore ai servizi sociali. Crea l’Istituto per il benessere sociale, mettendo a frutto le conoscenze acquisite in Francia. Nel 1969 la famiglia riparte per Parigi. Ai 13 anni di Ingrid, nata nel 1961, di ritorno nuovamente in Colombia, arriva il divorzio dei genitori. Yolanda vuole riprendere la sua missione sociale nella capitale, la stampa l’attacca. Perde tutti i privilegi e le ricchezze conquistate accanto al marito diplomatico. Due bambini del quartiere che aveva accolto, ormai adulti, si presentano alla sua porta con molti viveri, "per riempire il frigo, mamma Yolanda". Viene rieletta nel consiglio comunale, ma non resiste a lungo; è dura la posizione di donna divorziata e ritorna a Parigi per lavorare all’ambasciata colombiana. Nel 1989, Yolanda si ritrova a fianco di Luis Carlos Galan, come responsabile della logistica della campagna elettorale di questo quarantenne liberale che si era fatto conoscere poco prima per aver ottenuto che Pablo Escobar, l’uomo del cartello di Medellin, eletto deputato supplente, fosse cacciato dal partito e dal Campidoglio. Tra Yolanda e Luis Carlos nasce una solida amicizia ma Luis viene ucciso durante un comizio elettorale. Nel 1990, Yolanda si candida al Senato, pur abbattuta per l’uccisione dell’amico; Ingrid è la sua accompagnatrice e confidente, oltre che consigliera. Yolanda vince un’elezione difficile ed Ingrid comincia a lavorare nel gabinetto del Ministro delle Finanze. La mamma lascia spazio alla figlia, che entra in politica, restandone la fedele consigliera e prima sostenitrice, sempre ed immancabilmente accanto. Dagli assessorati alla nomina a deputato ed a senatore, fino alla creazione del partito Verde Oxigeno ed al sequestro. Yolanda oggi lotta per il rilascio della figlia in mano alle FARC dallo scorso mese di febbraio.

Non solo violenza

 

La faccia della Colombia che appare su tutte le cronache è dunque quella più oscura, mentre la popolazione colombiana è costretta a subire e spesso ad emigrare. Ma non è solo violenza quella che si respira a Bogotà.

La Colombia è anche storia del nostro Paese, dalle pagine scolorite degli Annali Lateranensi vaticani. Qui fa capolino, nel Seicento, il palermitano Vincenzo Loverso, un gesuita finito in pasto dei cannibali dell’Orinoco, i Caberri. In questa regione fra Colombia e Venezuela, il missionario passeggiava redigendo relazioni sulla flora, la fauna e l’antropologia locali. Loverso sarebbe divenuto uno dei nomi più noti della storia dell’esplorazione del Sud America: i suoi appunti avrebbero guidato diversi etnologi europei impegnati nello studio della regione amazzonica. L’indipendenza delle Colombia e del Venezuela poi dovranno grande riconoscenza ad Agostino Codazzi, nato a Lugo nel 1793. Con un altro conterraneo, Costante Ferrari, il rivoluzionario italiano combatterà per l’indipendenza della Colombia dalla Spagna. Viaggiatore esperto ed esploratore dei territori amazzonici ed andini, nel 1857 Codazzi pubblicherà un’opera geografica di 600 pagine. Un altro italiano avrebbe largamente contribuito all’indipendenza colombiana: Carlo Maria Luigi Castelli, nato nel 1790 vicino a Torino. Nominato comandante nella provincia di Merida, Castelli ne divenne governatore. Nel 1829 dovette soccorrere il padre del Venezuela e della Colombia, l’amico Simon Bolivar, accanto al quale riposa nel Pantheon di Caracas.

Ma Italia in Colombia è anche quella di Maria Panatero, coordinatrice per la Colombia della Sezione Italiana di Amnesty International, con la sua campagna per rispetto dei diritti umani. E’ lotta per le popolazioni indigene e per l’ambiente. Dal 1995, i Verdi Italiani lottano per la protezione dei diritti della popolazione U’wa contro le minacce della società Occidental Petroleum. Nel 2000 Margherita Ciervo e Giuseppe de Marzo, in rappresentanza dei Verdi, visitano la riserva U’wa. Minacciano di portare il caso davanti alla Corte dell’Aja. Nel 2001 la presidente dei Verdi, Grazia Francescato, parte per la Colombia; vengono inviati fondi; azione dopo azione, pressione su pressione, si forza il potente. Nel mese di luglio la multinazionale lascia i territori indigeni.

 

... Affogare il tutto in una tazzina di caffè

 

Questo Paese così differente e paradossale costituisce panorama complesso, difficile da digerire.

Ed allora, affoghiamo il tutto in una tazzina dipinta a mano di caffè Arabica, di Café de Colombia.

 

Principale produttore della qualità più pregiata e costosa di caffè, l’Arabica, insieme al Brasile, la Colombia coniuga il chicco con la notoria tostatura italiana, che rende il nostro espresso speciale e rinomato.

Nel 1990, il caffè colombiano esportato in Italia raggiungeva i 112 000 quintali, per un valore di 47 miliardi di vecchie lire. Il gusto e la qualità del caffè sono legati alla specie - l’Arabica colombiana è il primo componente del nostro buon espresso - o alla miscela, oltre che alla tostatura (spinta o dark per il nostro espresso).

 

Il caffè ha origine antiche: nel 500 era diffuso particolarmente nel mondo islamico, per arrivare a Venezia nel 600, ove venne aperta la prima "bottega del caffè". Nel sito web del Café de Colombia, troviamo una divertente pagina: "La taza perfecta". Si apprende la differenza fra "l’espresso" (un metodo di preparazione caratterizzato da una cappa cremosa), il "latte macchiato", il "cappuccino" (che prende nome dai monaci omionimi), il "caffelatte", "l’espresso con panna", il "caffè Borgia" (caffè italiano e cioccolato bollente).

Il caffè espresso è il metodo di fare il caffè che pare essere stato escogitato da un napoletano che considerava eccessivo il tempo di preparazione della sua caffettiera casalinga facendosene cosi costruire una personale da un ingegnere milanese. Il prototipo di macchina espresso è stato presentato nel 1855 all’Esposizione Universale di Parigi. La prima realizzata a scopo commerciale è quella di Bezzera (1901), nel modello inventato da Achille Gaggia. Una delle migliori tazze si ottiene dalla felice combinazione dell’Arabica colombiana con il metodo italiano di tostatura e torrefazione, nel quale rimaniamo maestri.

 

 

Versione ampliata dell’articolo apparso su FOCUS-Magazine, n.56-57, sett.-ottobre 2002, pp.55-56.

                

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