| DALLA BIBBIA AI CAMPI DI STERMINIO, ALLE CROCIATE MODERNE CONTRO I «NEMICI» DELL´OCCIDENTE: STORIA DI UN´IDEA CHE DISTURBA LA RAZIONALITÀ Che MALE c´è |
Claudio Ganassin |
SE credeva di fare una profezia, o anche solo esprimere una speranza, con il titolo Al di là del bene e del male, Nietzsche si è certo ingannato di grosso. Mai come oggi, nel linguaggio politico soprattutto, il bene e il male, specialmente quest'ultimo, sono termini onnipresenti, personificazioni incombenti delle nostre paure e speranze. Non, come forse sarebbe giusto, in quanto avverbi - quali si usano nell'espressione corrente «Come va? Bene grazie, non c'è male, o: oggi va proprio male...» - ma in funzione di sostantivi, come se si trattasse di entità ben precise da favorire o da combattere. Bei tempi quando Il male era addirittura diventato il titolo di un giornale satirico; oggi a nessuno verrebbe più in mente una titolazione del genere. Oggi, per lo più operando, anche in buona fede, una falsificazione ideologica, si parla sempre più spesso di una lotta tra il bene e il male, di un «impero del male» da cui dovremmo difenderci, che dovremmo isolare e rendere inoffensivo. Sottolineando anche spesso che chi non crede a una tale sostantivazione dell'avverbio si fa strumento del demonio, la cui astuzia appunto (come quella della mafia) consiste nel far credere di non esistere. Non è facile opporre alla dilagante credenza nel Male un più sobrio atteggiamento demitizzante, che accendendo un po' di luce mostri che nella stanza, o nella storia, non c'è il Maligno, ma solo disfunzioni, problemi, «mali» che sono però sempre da scrivere con la minuscola, anche per non adagiarsi nella comoda disperazione di chi pensa che «soluzione non v'è» e dunque è inutile agitarsi. L'indubbia forza della credenza nel Male risiede però nella dura esperienza storica del secolo appena concluso. Troppo difficile pensare che i campi di sterminio, i gulag, le stragi che si continuano a perpetrare in varie regioni del mondo con le guerre, e quelle che «accadono» solo perché interi continenti non possono permettersi il farmaco contro la malaria, l'Aids, la tubercolosi, altre malattie infantili - difficile pensare che tutto questo sia solo «male» nel senso che non va come dovrebbe, perché c'è qualcosa che «non funziona». E' questo sfondo novecentesco, che ci si è imposto anche perché, alla svolta del millennio, abbiamo tutti dovuto provare a fare dei bilanci, ciò che giustifica anche una rinnovata attenzione del pensiero e della filosofia alla questione del Male «sostantivo». Ha ragione Jean Luc Nancy che, in un brevissimo saggio di straordinaria chiarezza e rigore (in un volume collettivo curato da Franco Rella) propone una tripartizione, teorica e storica, della nozione di male. Dei tre sensi in cui parliamo di male, come sventura, come malattia, e come male puro e semplice, il primo è caratteristico dell'antichità, per la quale - si pensi a Edipo - la disgrazia cadeva addosso come un evento fatale voluto o permesso dagli dèi; il secondo è più specifico del pensiero moderno, razionalista, per cui ci sono al mondo disfunzioni che turbano un ordine fondamentalmente giusto che si può e si deve restaurare con azioni appropriate. Ma oggi si può ormai parlare di male solo in un senso più totale e radicale: i campi di sterminio nazisti non sono né la disgrazia di Edipo né un accidente che turba l'ordine razionale del mondo. Sono in molti sensi il male «assoluto», hanno una portata metafisica; sono essi che ci inducono a ripensare al male «sostantivo», e riparlare di una tragicità essenziale della condizione umana. E gulag e Lager non sono solo un passato che dovremmo e potremmo cercare di dimenticare. Il pessimismo tragico che serpeggia nella nostra cultura ha anche motivazioni più recenti e giustificazioni più attuali. Che, divenuta impraticabile (per il fallimento del socialismo reale) la spiegazione marxiana - tutto dipende dalla divisione sociale del lavoro e dallo sfruttamento - sembrano a molti una conseguenza inevitabile della hybris, della tracotanza, caratteristica della tecnica (anzi: della Tecnica) che domina il nostro mondo globalizzato. Un teologo ebreo che ho avuto modo di ascoltare molti anni fa (professor Rubinstein, allora docente all'Università della Florida) proponeva la tesi paradossale secondo cui Hitler, con lo sterminio di massa di interi popoli, avrebbe solo anticipato la soluzione di un problema che, prima o poi, si porrà anche nei paesi più democratici: liberarsi delle tante persone socialmente inutili che gravano sui bilanci della previdenza sociale... A meno che, potremmo aggiungere noi, non ci pensi l'Aids, o le malattie legate al «progresso», a cominciare dai cancri dovuti all'inquinamento; o il semplice innalzamento del livello dei mari se, come pare, la calotta artica finirà per fondere. Non si può, davanti a tutto questo, tornare semplicemente alla moderna fede nella possibilità di soluzioni terapeutiche. Ma allora abbandonarsi al pessimismo cosmico? O anche a quella sua versione più facile e popolare che accompagna alla disperazione una accanita difesa dei propri interessi - quello che spesso si chiama realismo e pragmatismo? Forse non servirà a rispondere in modo definitivo a questa domanda; ma non è inutile ripensare alla nozione di male, alla sua storia e alle sue implicazioni, come ci invitano a fare molti libri recenti motivati anche dall'urgenza e radicalità dei nostri problemi. Un bellissimo volume di Rüdiger Safranski, purtroppo non ancora tradotto in italiano (ma scritto in un tedesco facile e piano; come cittadini europei ormai dovremmo essere in grado di leggerlo..), che ricostruisce - secondo linee abbastanza analoghe a quelle del breve saggio di Nancy - la storia della nozione di male, suggerisce qualche esito teorico su cui vale la pena riflettere. Nelle pagine conclusive dell'opera, Safranski si ferma a lungo sul libro di Giobbe, testo classico se ce n'è uno sul tema del male. Come si sa, alla fine della sua lunga «tentazione» (nata da una sorta di scommessa tra Dio e Satana), Giobbe si sottomette al Signore; ma non perché abbia capito e accettato una spiegazione razionale delle sue disgrazie. Anzi: la sua sottomissione non ha alcun fondamento; come non ha fondamento - spiegazione, ragione oggettiva - il comportamento di Dio che lo ha messo alla prova. Questa totale mancanza di fondamento è anche quella che si riscontra nel mito di Caino e Abele. Caino uccide Abele per invidia, è geloso del fatto che Dio ha gradito le offerte di Abele più delle sue. E questa preferenza è anch'essa del tutto inspiegabile e inspiegata. Nel Nuovo Testamento ci sono molte pagine analoghe: la parabola degli operai dell'ultima ora, che ricevono la stessa paga di quelli impegnati fin dal mattino, subiscono anch'essi una sorta di «ingiustizia», che viene ricondotta alla libera decisione di Dio; e la risposta di Gesù a proposito del cieco nato, la cui disgrazia non deriva né da colpe sue né da colpe dei suoi genitori, ma perché così è piaciuto a Dio. Certo il «Dio dei filosofi», il primo motore immobile di cui parla la teologia naturale, non potrebbe essere pensato in questi termini. Come ha insegnato Luigi Pareyson, un grande maestro dell'università torinese, nelle sue opere ultime, la libertà umana e la stessa storicità dell'esistenza presuppongono che Dio , in quanto creatore, sia libero e non identificabile con una entità razionale e necessaria. Ma per questo si deve supporre anche che ci sia, o ci sia stato, ciò che Pareyson chiama «il male in Dio», per cui la creazione divina del mondo è stata una vittoria sulla negatività con cui tuttavia Dio stesso ha dovuto fare i conti. Ma questo discorso di Pareyson, che riprende temi già presenti in Jakob Boehme e in Schelling, non può davvero essere utilizzato, come oggi spesso si fa, per fondare una visione tragica dell'esistenza e l'idea che il Male sia una realtà sostantiva. Parliamo di male solo perché dobbiamo spiegare la libertà, e non viceversa. Il male, come dice anche Pareyson, non è altro che l'abisso - l'inspiegabilità - della libertà. In molta filosofia contemporanea questo dà luogo a una accentuazione della nozione di responsabilità: ciò che l'uomo fa nella storia non realizza alcun piano prestabilito, alcuna legge eterna, è tutto affidato alle sue scelte, che possono trovare un criterio e un filo conduttore solo nell'attenzione ai «valori», cioè alle scelte collaudate, che abbiamo ereditato e riceviamo dai nostri simili. Ma è possibile concepire radicalmente questa libertà senza scoprire , come Giobbe, che in ultima analisi essa non è altro che quello che il Vangelo chiama la «Grazia»? Gianni Vattimo
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