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(GRTV)
Francesca Massarotto ha scritto una storia dimenticata, fatta di analfabetismo
e duro lavoro, di speranze e delusioni, ma anche di valori e tradizioni
radicate. La ricerca di Francesca Massarotto "Brasile per sempre.
Donne venete in Rio Grande do Sul" è uno spaccato del
vissuto di migliaia di donne che, lasciata l’Italia con i loro
genitori o mariti, hanno raggiunto un vasto territorio della Serra
Gaucha, divenuto oggi uno dei più ricchi del Brasile. Una storia
e una serie di "memorie al femminile" legata al flusso migratorio
di circa tre milioni di connazionali, in gran parte contadini rimasti
senza terra, che dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino agli
anni Cinquanta-Sessanta approdarono in Brasile per trovare un lavoro.
Raggiunto il Rio Grande do Sul, la maggior parte dei nostri emigrati
chiedevano un lotto di terra, anche se ancora foresta vergine, su
cui trovare subito uno spiazzo dove costruire la prima baracca di
legno, scavare un pozzo per l’acqua e iniziare il disboscamento
del terreno, in gran parte collinoso per le prime coltivazioni.
Viaggio nel tempo
Dopo la liberazione degli schiavi neri, avvenuta nel 1871 sotto l’imperatore
Pedro II, con la garanzia della libertà ai nuovi nati da donne
schiave, il Brasile aveva bisogno di forza-lavoro sia per la coltivazione
del caffè come per la trasformazione di una parte delle vaste
foreste degli Stati del Sud in territori agricoli. Nello Stato del
Rio Grande do Sul, arrivarono per primi i tedeschi e i portoghesi
che occuparono i terreni più irrigati e pianeggianti, mentre
le prime colonie italiane sorsero a Conde D’Eu e Dona Isabel,
che si chiamerà poi Bento Gançalves. La maggioranza
dei primi 729 italiani, giunti fra il 1859 e il 1875, proveniva dall’Argentina
e da Montevideo. Ma con l’inizio dei flussi dall’Italia,
si formarono i comuni di Garibaldi, Fundos de Nova Palmira, chiamata
in seguito Colonia Caxias, Silveira Martins. Nel 1878 sorse Nova Trento,
chiamata poi Flores da Cunha, e successivamente Erexim nel 1880, Veranopolis
nel 1885, Antonio Prado ed Encantado nel 1888, Nova Bassano nel 1924
e Serafina Correa nel 1930. Dei dieci milioni di emigrati europei,
arrivati in Brasile dal 1870 al 1930, ottantatré mila s’insediarono
nelle colonie del Rio Grande do Sul già nel 1900.
La ricerca di Francesca Massarotto si svolge in una zona non dissimile
dai territori collinari del Triveneto. Lasciata Porto Alegre e attraversati
i municipi formati dalle prime colonie tedesche (Sâo Leopoldo,
Nova Hamburgo, Nova Petropolis), la nostra protagonista percorre 150
chilometri in corriera per raggiungere alcuni dei comuni della regione
coloniale italiana, distesi lungo la Serra Gaucha. Primo tra questi,
Bento Gonçalves che rimane il punto di riferimento più
importante per la sua inchiesta, Farroupilha (all’origine "Nova
Vicenza", dal nome del primo insediamento vicentino), Garibaldi,
Carlos Barbosa, Caxias do Sul, Nova Padua, Veranopolis e Nova Prata.
Il cinquantaquattro per cento degli abitanti del territorio è
di origine veneta; il sette per cento proviene dal Trentino e il 4,5
per cento dal Friuli. In questa "Merica", per tanto tempo
disabitata e immersa nella foresta subequatoriale, si svolgono epopee
e singolari esperienze di vita ricche di risvolti storici e psicologici,
dalle quali emerge l’apporto delle donne venete: la loro radicata
speranza in un futuro migliore, la loro forza d’animo nel momento
dello sradicamento dalla terra dei loro cari; il sacrifico nell’affrontare
le truffe e le angherie degli agenti d’emigrazione; i disagi
del viaggio su vecchie navi a vapore; la forza d’animo nel porsi,
una volta raggiunta la nuova Patria, accanto ai genitori o al loro
uomo, per iniziare una nuova vita, partendo il più delle volte
da zero.
Donne in casa e nella colonia
Partendo dalle terre venete, questi nostri connazionali "trasportarono
al di là dell’oceano la loro antica società contadina,
ricreandola con lo stesso sistema di valori, credenze religiose, modelli
di vita, lingua e tradizioni. Oltre l’oceano, la società
contadina poté rimanere intatta e viva, e venne così
preservata dall’estinzione", scrive Renzo Grosselli (cfr.
"Vincere o morire. Contadini trentini, veneti e lombardi nelle
foreste brasiliane", Trento 1986). Nella vita quotidiana della
"colonia", aveva un grande ruolo "il lavoro quotidiano,
silenzioso, costante, tenace, svolto da tutti: uomini, vecchi, bambini
e soprattutto donne. Lavoro e fatica furono - scrive lo studioso Rovilio
Costa - il valore mistico alla base della vita familiare e collettiva
dei coloni italiani, il segreto della loro fortuna, la causa del loro
progredire, finanche il motivo dell’onorabilità".
Le donne arrivarono con i primi emigrati, anche se in numero minore.
Erano giovani forze: il 67 per cento aveva tra i 20 e i 40 anni, in
grado quindi di svolgere i lavori più faticosi nei campi. La
loro presenza, sottolinea la Massarotto, "attutì l’impatto
dell’emigrazione con la nuova terra, facilitando l’integrazione
di tutta la famiglia e la riuscita dei progetti di vita. La donna,
infatti, contribuì con il suo lavoro mandando avanti l’azienda
agricola in maniera decisiva, occupandosi dei campi, delle attività
domestiche e del lavoro di cura per tutti i familiari. Nello stesso
tempo mantenne vive le tradizioni italiane, conservando e trasmettendo
canti, orazioni, storie di vita e di paese, piatti di cucina, dialetti,
proverbi, tradizioni e artigianalità d’ogni tipo".
Si sposavano sui ventitré anni e ogni famiglia aveva in media
otto figli: ma le difficoltà e le precarie condizioni del viaggio
e dell’insediamento nel territorio provocava la morte del trenta
per cento dei figli prima dei dieci anni. La piaga dell’analfabetismo,
già molto diffusa nei territori veneti di provenienza, rimase
un grave problema per parecchi decenni nelle colonie del Rio Grande
do Sul.
Le memorie al femminile
I ricordi tramandati da alcune donne d’origine veneta fanno
emergere le motivazioni della partenza dalla terra d’origine
dei loro padri, come la povertà, la mancanza di lavoro e di
prospettive; le speculazioni e gli inganni subiti; il viaggio in nave
dal porto di Genova a Rio de Janeiro che durava oltre un mese in condizioni
disumane. Sono esperienze che hanno lasciato delle ferite, tanto che
la maggior parte delle donne le hanno rimosse dalla memoria. Più
nutrite le testimonianze sugli arrivi nei porti di Rio de Janeiro,
di Porto Alegre e nelle colonie italiane; sulle prime difficoltà
per sistemarsi nei primi alloggi improvvisati: barracao; successivamente
sulla soddisfazione di avere finalmente una propria casa, anche se
di legno, il primo orto, la possibilità di lavorare una terra
per vivere e costruire un futuro. Tra le testimonianze più
interessanti quelle di Anna Todesco in Variani di Soragna, Rosanna
Sartori in Zani, di Amalia Pasin di Villafranca Padovana, America
Sartori in Grillo.
Ci sono pagine che fanno emergere anche una positiva e serena presenza
della donna nella famiglia, la sua dignità, il suo ruolo di
madre, la sua capacità di mantenere saldi i valori e le usanze
delle tradizioni più belle del popolo veneto. Pagine che parlano
delle tradizioni etniche portate dall’Italia e che hanno favorito
un’evoluzione culturale e sociale di tanti emigrati. Ilda Fronza,
riflettendo su questa singolare epopea migratoria, dice: "Oggi
si lavora di più, si fanno più soldi, ma per la tranquillità
dello spirito, io tornerei indrìo!". Il "mutamento
in atto nelle colonie italiane del Rio Grande do Sul è stato
e viene ancora oggi pagato soprattutto dalle donne: cosa manca?",
si chiede la nostra scrittrice. Le trasformazioni socioeconomiche
hanno dato maggiore autonomia e sicurezza, c’è consapevolezza
dei diritti acquisiti e del dono inestimabile della libertà,
ma nello stesso tempo affiorano testimonianze di solitudine, una perdita
di speranze. |
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