IMMIGRAZIONE ITALIANA, CITTADINANZA E PARTECIPAZIONE SOCIALE

Rovílio Costa

 

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Il 20 maggio 2001, completiamo i 125 anni dell’Immigrazione Italiana nel Rio Grande do Sul. Immigrazione essenzialmente agricola, il cui esodo in massa dall’Italia iniziò nel 1875, particolarmente dal Triveneto e dalla Lombardia. Immigrazione formata da piccoli agricoltori, alcuni proprietari, altri mezzadri e braccianti. In mezzo a loro vi erano artigiani, ed altri la cui professione non era direttamente legata all’immigrazione agricola, ed anche sacerdoti destinati alla missione pastorale.

Celebriamo l’Immigrazione Italiana come un processo di 125 anni, che iniziò con gli immigrati contrattati come colonizzatori e si protrae sino ad oggi. Detto processo si è realizzato, geográficamente, nelle quattro colonie Imperiali (Caxias do Sul, Garibaldi e Bento Gonçalves nel 1875, e Silveira Martins nel 1877), e nelle colonie posteriori, oltre il Rio das Antas, a partire da Alfredo Chaves (1884) e Antonio Prado (1885) e, a partire dalla decada del 1890, Encantado e Guaporé e suoi sdoppiamenti in nuovi comuni.

Non si escludono da questa celebrazione le puntuali presenze precedenti di italiani a partire dai navigatori (1525), missioni gesuitiche (San Nicola, 1626 ed altre), missioni capuccine nella navigazione di Silva Paes, nel forte di Rio Grande (1737), italiani della Rivoluzione Farroupilha (1835), viaggiatori, cartografi, liberi professionisti, volontari ed avventurieri.....

la presenza italiana è stata continua nello Stato.

Simultaneamente alla immigrazione considerata (1875 in avanti), esiste una immigrazione spontanea, di iniziativa e competenza propria. Quella veniva per restare, in quanto questa aveva autonomia econômica, con possibilità di andare e tornare.

La presenza italiana in forma spontanea prosegue fino ad oggi in Brasile ed in tutti i paesi del mondo, compresi Cina e Cuba.

La distinzione è necesaria, poichè trattiamo di Societa Civile ed Immigrazione Italiana. Trattiamo di immigrati contrattati, politicamente dipendenti, senza condizioni di usufruire della cittadinanza italiana e, anche, per lungo tempo, senza necessità di assumere giuridicamente la cittadinanza brasiliana.

Sono italiani del Rio Grande do Sul tanto i discendenti della grande immigrazione quanto gli altri, gli uni e gli altri pertecipando della Societa Civile Brasiliana di forma propria, come prima lo erano della societa civile italiana. Oggi sono possibili partecipanti di una Societa Civile Brasiliana ed Italiana, poichè, con il diritto alla doppia cittadinanza, obbiettivamente o soggettivamente, tutti i discendenti di italiano possono far parte di due patrie.

Capiamo la cittadinanza, la capiamo come opportunità di ogni grupo umano poter coltivare una forma specifica di vita, con la quale contribuisce nella società umana, con storia, conquiste e valori propri. Trattasi di differenze nel processo nucleare di identita umana, che nelle espressioni di auto-immagine e auto-stima, si intrecciano nel gioco di italo-brasiliani (i nati in Italia che vivono in Brasile) e di brasiliani-italiani (i nati in Brasile con diritto a vivere in Italia), risultanti di un processo immigratorio ampio, e del processo agricolo specialmente questo contrattato e definito secondo gli obbiettivi politici del Governo Brasiliano.

I brasiliani-italiani risultanti dall’immigrazione contrattata, possiedono caratteristiche proprie, poichè anno stabilito la loro partecipazione attraverso l’agricoltura in piccole proprietà, in comunita etnicamente omogenee, od in comunita miste, a fianco di altri gruppi etnici. Lavoro agricolo familiare in piccole proprieta, con filosofia di lavoro definita, fede e silidarietà. Per questa forma propria di presenza, gli italiani si sono integrati nella societa civile dalla stessa riconosciuti come efficenti e partecipativi.

Attualmente, il brasiliano, ampiamente condiderato come la "grande espressione inter.-etnica mondiale", considera globalmente l’italiano, per il suo modo di essere, pensare e fare, un immigrante di sucesso per tenacia, fede e lavoro. Questa è una caratteristica che comincia prendere piede nella coscienza brasiliana con la grande immigrazione agricola, che ha fatto dimenticare la caricata figura dell’italiano, presente nella letteratura brasiliana nella prima metà del secolo scorso.

Tanto gli italo-brasiliani come i brasiliani-italiani sono sempre stati identificati come cittadini di due patrie, diritto politicamente affermato attualmente dalla doppia nazionalita. Comunque, il brasiliano-italiano è sempre stato visto come italiano per l’attaccamento e l’orgoglio della própria storia e cultura.

Le differenze e somiglianze nella partecipazione civile devono essere cercate nella patria di origine e nella patria di adozione, ambe in formazione e in evoluzione storica nel corso del processo immigratorio.

Molitudini povere, ai margini della partecipazione politica dell’Italia da poco unificata, che passava da um predominio religioso sulla politica ad um predominio politico sul religioso, non avevano assimilato questa nuova realta, poichè i loro pensieri continuarono, fino alla 1a guerra mondiale, illuminati prevalentemente da definizioni e valori religiosi.

Popolazioni ancora segnate dal potere spirituale arrivano in Brasile, dove il potere civile, prevaleva sul potere spirituale.

Questa differente esperienza socio-politica e religiosa storicamente fondamenta la difficoltà di dialogo e comprensione tra l’Italia di quelli che sono partiti e l’Italia di quelli che sono rimasti. In entrambi i casi, la partecipazione nel processo socio-politico dei due paesi, non si è equilibrata da um momento all’altro, e si può dire che non è ancora pacifica.

La partecipazione in una società civile italiana fu abbandonata dall’immigrante prima di essersene appropriato, e l’incipiente partecipazione nella cittadinanza civile brasiliana gli pareva confusa, perchè comandata in Brasile, dal potere temporale sullo spirituale, al contrario di quanto accadeva nella pátria di origine, il cui cambiamento di rotta aveva provocato disordine e rivolta. Ed in Brasile, sacerdoti italiani, all’alba della laicizzazione repubblicana, continuarono a stigmatizzare il potere civile, come si può constatare nelle due opere lapidari anti laiche di Don Fortunato Odorizzi, Sacre e profane (1998) e Profane e Sacre (2001).

Tanto la partecipazione civile dell’emigrante in Italia quanto dell’immigrante nel Rio Grande do Sul, avevano una connotazione comunitário-religiosa definita ed un preciso riferimento etnico, l’italianità nelle sue espressioni storiche, folcloriche, artistiche e culturali.

Nel Rio Grande do Sul, per gli italiani stabiliti nelle loro glebe, dovendo costruire ed ordinare il proprio spazio abitazionale, sociale e culturale, il riferimento etnico è stato prima italiano, od italo-polacco od italo-tedesco .... secondo la relazione tra i gruppi e remotamente italo-portoghese.

Ovviamente era una forma di cittadinanza politica che aveva poco a vedere con il gruppo di italiani partecipanti, per esempio, di un filò, di un vaglio della Bella Stella nell’Epifania, di un ballo di matrimonio, di una vigilia funebre, o di una cantata coronata da una sbornia.

Carlos Drumond de Andrade tradurrebbe l’istante cruciale della decisione di lasciare la patria naturale per un’altra scelta conpulsoriamente, per cominciare tutto di nuovo, con questa scottante affermazione: " Eterno è tutto ciò che dura una frazione di secondo, ma con tanta intesità che si pietrifica, e nessuna forza lo distrugge".

L’immigrazione agrícola, della quale trattiamo, comincia il suo esodo da una Italia pos unificazione política, o coinvolta con l’unificazione politica che successe di diritto, ma non ancora di fatto.

L’immigrante agricoltore partì da una patria che forse mai gli appartenne come patria, ma concretamente dal suolo che lo ha visto nascere, da una famiglia visceralmente solidale per la sopravvivenza e attaccata alla sua propria fede, come forza propulsora, possiamo dire che "emigrarono con più patria celeste che patria terrestre". Dalla patria celeste, nel caso la Chiesa, gli immigranti avevano appoggio e missione affidata (vivere e testimoniare la fede come apostoli del nuovo mondo); dalla patria terrestre, nel caso la societa civile, avevano soltanto il disprezzo dei padroni che perdevano mano d’opera facilmente sfruttabile.

Economicamente e nelle possibilita di partecipazione politica e sociale, possiamo dire che l’immigrante, in senso civile, è un cittadino senza patria. Il suo punto di riferimento era divergente tra il padrone del quale era dipendente o assalariato, dal comune o provincia dai quali dipendeva principalmente per prestare servizio di leva, lottare in guerre e pagare tasse. Il suo unico sostegno sicuro era la religione.

L’immigrante fu un cittadino italiano che arrivò nella nuova patria senza una cittadinanza effettiva definita. O con una cittadinanza differente. Lo stesso apostolo degli immigrati Don Giovanni Battista Scalabrini e più caldamente, il vescovo di Cremona, Don Geremia Bonomelli, caratterizzano l’immigrante come cittadino di uma patria inesistente, a essere costruita, quando affermano: "La nostra patria è il suolo che ci dà il pane". E nel loro pensiero l’emigrare s’inpone al rubare, quando affermano: "O rubare o emigrare". E l’immigrante italiano della grande emigrazione, qui ed in qualsiasi parte del mondo, è un pellegrino in cerca di patria di lavoro e del pane quotidiano.

Una Italia, come del resto succedeva con l’Europa, senza condizioni di provvedere il pane ai propri figli, era come uma madre affettuosa, ma senza latte nel petto per i propri figli.

Perciò, l’immigrante non lasciò patria, non lasciò partecipazione sociale, non lasciò partecipazione politica, ma lasciò il dolore della separazione dalla famiglia, del paese, della tenue possibilità di sopravvivenza, abbondante in affetto e scarsa in pane, in cambio di un sogno di una patria che avrebbe dovuto costruire con le proprie braccia illuminate dalla fede.

Nanetto Pipetta, il símbolo di questa avventura al buio, mostra che l’America non esiste, dato che ciascuno deve farla col proprio lavoro.

La percezione diffusa di una patria, dalla propria posizione nello scenario di una società civile, differente e indipendente dalla società religiosa, che si stava delineando nell’Italia pos unificazione, continuò in Brasile. Inicialmente (fino al 1889), attraverso una patria etnica e culturalmente diversificata, il Brasile del patronato, somigliante e differente dall’Italia pre unificazione. Simile perchè in Italia, la Chiesa comandava le azioni politiche e religiose; diferente perchè in Brasile, lo Stato prevaleva sulle azioni politiche e religiose.

Dentro questa realtà civile, l’immigrante italiano nel Rio Grande do Sul, nelle colonie, rimaneva limitato al suo destino, a fare l’America nel modo che volesse e potesse: non come cittadino italiano perchè i suoi diritti stavano al di fuori delle sue possibilitá effettive; non come cittadino brasiliano, perchè nato in un altro paese, e segnato dal marchio di "gringo" straniero, e allo scoppiare dell’ultima guerra di quinta colonna.

Oggi la realtà si è modificata, ma quel momento critico, con i segni di perennità di cui parla Carlos Drumond de Andrade, continua alla ricerca dell’equilibrio e superazione.

Quantunque tutti integrati come cittadini brasiliani, siamo italo-brasiliani etnicamente e storicamente. E, storicamente, siamo itali, proibiti di esserlo al momento della Campagna di Nazionalizzazione, prima di aver avuto i prerequisiti per essere brasiliani.

Nei nostri padri e nonni, fummo silenziati come italiani, e non fummo riconosciuti come brasiliani, perchè ci mancava questa cittadinanza, che mai ci era stata proporzionata, ed allora ci era imposta compulsoriamente.

Diventammo brasiliani a forza: la Campagna di Nazionalizzazione ci fece tali e ci tolse le condizioni di essere italiani, per questo, oggi, le decisioni politiche brasiliane e italiane incidono differentemente sugli italiani in Brasile, italo-brasiliani o brasiliani-italiani, poichè la cittadinanza brasiliana proviene dal nascere in suolo brasiliano, e l’italiana, di portare nelle vene sangue italiano.

Con questa storia conturbata, abbiamo trovato il cammino per fare l’America a modo nostro, con lavoro, solidarietà e fede. Ma non abbiamo ancora fatto l’Italia che abbiamo lasciato, senza ancora capirla come patria política, e la portiamo con noi come patria originale materna e affettiva.

Con i nostri padri, lasciammo una Italia in costruzione política, con una forma indefinita di cittadinanza, nella quale la nostra partecipazione non era altro che essere mano d’opera a buon mercato, o braccia tese al vento, senza niente da fare, senza lavoro, con la tovaglia sul tavolo, ma senza altro manicaretto se non l’acqua, anche questa non sempre abbondante.

L’Italia política non ci ha mai accolti come cittadini effettivi e partecipanti, ma ci sentiva come un peso provvisorio, del quale l’abbiamo liberata andandocene.

Il nostro spazio geografico, familiare, comunale, provinciale, regionale e nazionale è rimasto là como un posto in più a tavola di coloro che continuarono a fare l’Italia geografica.

Per questo, l’Italia che noi cerchiamo è, ancora, in gran parte, l’Italia che 125 anni fa i nostri padri portarono com loro: l’Italia degli avi, dei nonni, della famiglia, del paesello, del capitello, della chiesetta.

Oggi, l’Italia silenciosa, vergognandosi forse per averci costretti a partire, dopo decenni di silenzio, ci cerca, ci parla, ci invita per che cosa?

- Per essere cittadini italiani, per ritornare alla nostra patria, l’Italia di oggi. Ma senza domandarci cosa vogliamo, cosa abbiamo fatto, come abbiamo vissuto questi 125 anni, che valori conserviamo e conquistammo.

L’Italia ci viene incontro come patria política, come potenza economica mondiale, e noi siamo alla ricerca di una patria-seno, una patria-madre, una patria familia, siamo, in primo luogo, alla ricerca di affetto e del riconoscimento come figli.

Ecco la differenza tra i figli dell’emigrazione agricola povera e gli emigrati per iniziativa propria, che l’Italia politica, generalmente, considera suoi ambasciatori, suoi rappresentanti. L’Italia di oggi ci vede sotto un profilo economico, commerciale (potenziali destinatari del "made in Italy" eccedente) e político. Nell’aspetto politico, sta tentando di catechizzarci con le sue ideologie politiche, il cui epilogo nessuno potrà dimensionare caso si effettivi il già approvato, costituzionalmente, voto degli italiani all’estero.

In qualche modo, l’Italia política attuale sta portando nella nostra realtà il regionalismo, che non conoscevamo, e che, nei suoi aspetti divisionisti, campanilisti sta degradando l’affettivo, idillico e sacro concetto di Italia che avevamo dentro di noi, come una nostra famiglia allargata, tutta ugualmente significativa e bella..

Nessuno emigra senza interesse, il nostro interesse, attraverso i nostri nonni era sopravivere. L’Italia di oggi emigra per arricchirsi di più, per imporsi di più, senza preoccuparsi in aiutarci ad incontrare la casa paterna. Non domanda chi siamo e che cosa abbiamo fatto, cosa abbiamo da offrirgli in storia e qualità di vita. Se gli italiani autonomi, che girano il mondo, com alta scienza, tecnologia, politica sono considerati ambasciatori, noi, fino ad oggi, ci sentiamo i suoi dimenticati e ridicolizzati figli.

E l’Italia ci ammira in due momenti, entrambi pittoreschi, la nostra italo-brasilianità o brasílico-italianità.

1o – Per l’Italia che ci vede semplicemente come i suoi figli di ieri – di quel ieri che non figura nemmeno nei suoi libri didattici, del quale si vergogna -, non siamo altro che esotici animali di circo.

2o – Sotto altro aspetto, considera sempre i suoi figli di ieri e di oggi come um giacimento commerciale, industriale e politico. Ma ha dimenticato o non ha ancora capito, che noi siamo, innanzitutto, um giacimento culturale, um patrimonio umano unico, la parte che gli manca per completare il suo ed il nostro patrimonio umano e culturale.

Anche noi abbiamo storia, cultura, industria, commercio e umanesimo da proporre e scambiare com la nostra patria di origine, l’Italia.

Dire amen alla patria di origine è stata la parola che i nostri padri giudicarono più conveniente in quel cruciale momento dell’esodo. Comunicare e condividere la loro avventura, completare l’ amen della loro italianità con la nostra brasilico-italianità è la nostra parola di fede, lavoro e cultura.

Non cerchiamo, non vogliamo, nemmeno accettiamo una Italia che ci tratti come ridicoli, nemmeno appena come italiani, perchè siamo italo-brasiliani o brasiliani-italiani.

Facendo l’America, noi abbiamo fatto anche l’Italia, per questo speriamo che l’Italia si quotizzi con noi per continuare a fare l’America, e continuare construendo l’Italia nel Mondo, che nè i nostri padri nè noi siamo ancora riusciti a fare del tutto.

Siamo un popolo in missione di lavoro, fede e solidarietà, proposte con le quali abbiamo marchiato il mondo di ieri e speriamo di marchiare e globalizzare il domani di una società che progettiamo felice con l’utopia dell’Amore e della Fraternità.

 

 

Autore: Rovilio Costa, dell’Università Federale del Rio Grande do Sul, nel 40o anniversario dell’Ordinazione Sacerdotale. Conferenza pronunziata a Porto Alegre nel V Incontro del Movimento Culturale Italiano: Giornata Sud-Brasiliana sull’Immigrazione Italiana, il 24/03/2001, nella Sede della Massolin de Fiori Società Taliana.

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