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LINGUA, LINGUE E MULTICULTURALISMO |
Rovílio Costa |
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Del Frate Cappuccino Rovílio Costa, filosofo, teologo, storico, scrittore e professore universitario. Traduzione dello scrittore Antonio Martellini.
La lingua che si parla in Brasile è la lingua portoghese. Ma in alcune aree, di forte emigrazione europea, in speciale maniera nel Rio Grande do Sul, la maggioranza delle persone parlano, o per lo meno capiscono, due lingue.
L’Antropologia considera bilingui tutte le persone che parlano due lingue, o quelle che ne parlano una e ne capiscono un’altra, anche se non riescono a mantenere un dialogo completo in quest’ultima.
I discendenti di italiani, tedeschi, francesi, olandesi, giapponesi, cinesi ed altri, senza inoltre dimenticare gli africani (ma questi solo in casi eccezionali) e gli aborigeni, generalmente parlano e caspiscono quella che è la loro lingua familiare.
Ramiz Galvão (1909) dimostra come i gerghi, dialetti, espressioni folcloriche, si interpongono alla lingua vernacolare, per la necessità di adeguazione alla realtà, giacché la lingua come espressione di vita è essenzialmente dinamica. Si può arrivare a stabilire una distanza tale, fra la maniera di parlare del popolo e quella di una "elite" linguistica, che la maniera di quest’ultima può addirittura essere considerarta dialetto, e quella parlata dal popolo essere considerata lingua.
"Il linguaggio, qualsiasi linguaggio, è un mezzo per comunicarsi e deve essere giudicato esclusivamente come ciò. L’importante è comunicarsi e quando possibile anche sorprendere, chiarire, divertire, commuovere... Ma siamo entrati nell’area del talento che nulla ha da vedere con la grammatica" (Verissimo, Luft 1985, p. 14-5).
In questo filone del "divertire e commuovere", nel Rio Grande do Sul, numerose radio e giornali usano l’italiano familiare, per ricordare, divertire e intrattenere.
All’inizio erano usati specifici e singoli dialetti italiani, ma oggi giorno si usa una forma di espressione più unitaria. In questa forma di espressione verbale, indifferente a norme grammaticali definite, veniva tradotta la vita quotidiana dell’emigrante. Questa lingua, ora denominata "Talian", non è stata mai obbligatoria nella stesura di documenti ufficiali, in atti pubblici, nelle scuole e nelle Università.
È nata ed è rimasta sempre una lingua familiare, pertanto la sua caratteristica è quella di tradurre l’esperienza di vita, le maniere di divertirsi e i passatempi.
Come forma scritta poi, è stata usata in giornali, generalmente di fondo religioso, per essere capita da tutti i lettori, o in diari, in piccole storie, ma mai è assurta a livello ufficiale.
Ismael de Lima Coutinho (1958, p. 29, 30) dice. "All’origine ogni lingua è un dialetto, que per varie circostanze riesce a dominare. Così l’Italiano agli inizi è stato il dialetto Toscano, lo Spagnolo quello di Castilha, il Francese quello dell’Île de France. Le espressioni "lingua e dialetto" sono pertanto di valore relativo.
L’Italiano, il Francese, lo Spagnolo, il Portoghese ecc. che presi separatamente costituiscono vere e proprie lingue, se rapportati al Latino però, non sono altro che dialetti.
Dialetto è una modificazione regionale di una lingua. Non si deve accettare la falsa idea che un dialetto sia la corruttela di una lingua. Il popolo quando modifica un’idioma, seguendo le sue naturali tendenze, non lo corrompe.
La lingua, come tutto nella natura, è soggetta a trasformazioni inevitabili, "secondo cause di ordine etnica, sociale, geografica ecc."
"Una lingua, segue Coutinho (p. 29) solo mantiene la sua uniformità fino a che è parlata da un piccolo gruppo umano. In questo caso le influenze sono le stesse; le comunicazioni fra le persone sono più intime e costanti; gli interessi sono identici. Ma allorché la famiglia umana aumenta e si moltiplica, espandendosi su altre regioni, l’unità linguistica diventa insostenibile a non essere che ci sia una energica azione di un potere centrale per mantenere le diverse regioni materialmente, spiritualmente e intimamente, legate alla loro Metropoli".
E il regionalismo del Rio Grande do Sul, in quanto indica una forma di essere, di vivere, di pensare tipici, con l’estenzione del Rio Grande do Sul, come fulcro di una spirale che si stende verso il resto del Brasile, non é forse la base di una lingua autonoma?
Nella nostra regione di "campagna" oltre le centomila persone, numero considerato ideale dagli antropologhi per mantenere un idioma, come afferma Dante de Laytano (1981) parlano il "linguaggio del Gaucho Brasiliano". Alla maniera della vita che si vive, la lingua è capace di esprimere questo tipo di vita.
In un determinato mommento linguistico, i biasimati gerghi ed i folclorismi potranno assurgere allo "status" di lingua standardizzata che a volte solo si mantiene respirando attraverso i mecchanicismi ufficiali.
Quando pensiamo a certe regioni dell’Africa e dell’India, ingenuamente pensiamo alla povertà. Mancanza di alimenti, mancanza di pane.
Ma dimentichimo che l’India possiede duecento "panetterie" che sono suoi ducento idiomi parlati da gruppi minoritari. Duecento nuclei linguistici, duecento panetterie i cui pani a volte rappresentano solamente qualche parola di incoraggiamento, di speranza, di affetto, di consolazione, che danno piena soddisfazione all’essere umano anche se non riempiono lo stomaco.
Quando qualcuno dice che andrà in Portogallo l’interlocutore subito dirà: "Un buon Porto, un buon baccalà e come direbbe l’ex consolessa Signora Ilda Amador, "alla mia maniera".
Cosí, quando mi recai a Lisbona, non in Portogallo, tanto qualsiasi parte del paese è Portogallo come territorio, ma è una cosa diversa come esperienza di vita vissuta; non racconterò un’ennesima storiella di portoghese.
Recandomi a Lisbona nell’ultimo maggio 1999, temperatura di 17 gradi al mattino e 12 durante la notte, dopo aver provato vari vini portoghesi, nella parte antica di Lisbona ho scoperto il Portogallo e la lingua Portoghese. Una lingua sono parole, quelle vive e quelle morte.
Quelle vive sono fra i vivi; le parole morte ci portano al camposanto.
Proprio così, se qualcuno vuole conoscere il Portoghese in maniera uniforme, sia ricco o povero, colto o meno, deve sentirlo parlare a tavola devanti ad un vino, baccalà o altre pietanze in che un’ambiente amico. Così si scopre l’essere, il pensare, l’amare, il sognare, la maniera di essere felice del portoghese, e tutto sgorgherà dallo zampillare delle parole e la loro posizione nel periodare. A causa di questa esperienza ho nei miei piani una visita al Portogallo e non solamente Lisbona, per rendermi conto come è la vita del portoghese nella sua maniera di usare le parole che danno vita a loro stesse. Giacché le Azzorre, il Portogallo, il navigare e le acque vanno insieme.
L’acqua è la stessa, ma può portarci a mondi nuovi, possono affondare una nave e possono portarci al tranquillo scivolare delle onde in delizioso viaggio, in uno scivolare sempre differente.
Il bello della differenza del Portoghese è il sentirlo nella costruzione delle parole. Questa è la lingua Portoghese di Lisbona. Che è molto piu’che la comune spiritosaggine del: proprio sì, proprio sì, proprio no... Mi piacerebbe sapere come mai i Portoghesi non si rendono conto dalla maniera che abbiamo di dar vita alle stesse parole della loro Lingua senza essere necessariamente della loro vita.
Alberto Poggi (1996, p. 40) nel suo articolo "Babele a rovescio" posto avanti alla storia delle lingue dice:
– "Aore, Ongoto, Elmolo, Lardil, che cosa sono?
– Sono solo una piccola selezione delle oltre duemila lingue che esistono e su cui pende il rischio di estinzione. La lingua Aore per esempio è virtualmente morta giacché è rimasta solamente una persona in condizione di parlarla. Lo stesso dicasi per l’ Eyak un antico idioma dell’Alaska, il cui futuro dipende esclusivamente dalla vecchia signora Maria Smith Jones, ultima sopravvivente di quella tribù. La ricostituzione della lingua Eyak da parte di antropologhi che ne hanno ricostituito la grammatica, il dizionario, ed un libro testo, ha commosso fino alle lacrime la vecchia signora che esclamava all’occasione: "Giá temevo che si dimenticassero di me quando io fossi morta." Ciò non succederà, giacché la tribù ha ripreso a parlare la propria lingua familiare.
Oltre 15 mila anni fa, una popolazione di solo qualche milione di persone, parlava dalle dieci alle dodicimila lingue differenti, questo numero si è ridotto oggi a meno di seimila. Il ritmo di diminuzione non tende a scemare, anzi negli ultimi anni é intensificato. Una percentuale compresa fra il 20% ed il 50% delle sei mila lingue attualmente conosciute sembra non siano parlate dai giovani. Fra le lingue aborigeni dell’ Australia quella percentuale sembra raggiunga il 90%. Nell’arco di una generazione queste lingue saranno finite, giacché sono parlate da una popolazione che non supera le seimila persone.
Secondo gli antropologhi per garantire la sopravvivenza di una lingua è necessario che una popolazione di circa 100 mila persone la parli.
Nei casi di idiomi parlati da un numero molto minore di persone, essi verrebbero inquinati da influenze esterne fino a scomparire.
"Ma, continua Poggi, qual’è l’importanza di mantenere viva una lingua quando è parlata solamente da qualche migliaio di persone se l’ accettazione linguistica è considerata un valore nel villaggio globale?
"Se la biodiversità è considerata un elemento di vitale importannza per la vita di un ecosistema, la stessa cosa si deve dire della ricchezza linguistica di una regione, come capacità di risposta ai problemi di sopravivenza e di progresso, che sono fra i principali moventi dei governi e delle comunità locali per salvare il loro patrimonio linguistico e così mantenere la propria identità culturale. Tutto ciò però presuppone un alto grado di evoluzuione democratica e di stabilità interna di una nazione, capaci di armonizzare e conciliare l’identificazione nazionale con un sufficiente grado di differenziazioni e autonomie regionali, a tutela delle minoranze etniche.
"Le regole del mercato sono le prime a imporre la discriminazione fra le lingue parlate e così condannano quelli che indeboliscono e che complicano il loro meccanismo di comunicazione."
Conservare e tutelare una lingua però provoca una ripercussione storica ed archeologica.
Se ci immaginassimo un mondo futuro monolinguistico, come sarebbe con l’Esperanto, immagineremmo una specie di ecumenismo lingiuistico, credendo di arrivare fino al punto di fusione di tutte le lingue, dimenticando che l’uomo è essenzialmente creativo, la cui utopia sarà sempre la diversità e la creatività.
L’ imposizione dell’ uguaglianza a volte è motivo della stessa disuguaglianza.
Quello che è attuale ci porta all’antico, e dall’attuale e dall’antico, arriviamo al domani di ogni cultura.
Nel corso della sua analisi, Poggi afferma ancora (1996, p. 41):
"Se un popolo, con la sua cultura e la sua espressione linguistica, è, sotto molti aspetti, comparabile ad un sistema biologico e come questo evoluisce, in stretta simbiosi con le scelte ed il comportamento degli individui che lo compongono, che senso ha conservare una lingua?" La risposta a questa domanda é formulata in un’altra domanda dello stesso Poggi che afferma:
"Non si tratta, per caso di un’ultima violenza perpetrata dalla cultura occidentale – storicamente responsabile della maggioranza di questi sterminii di massa, che così arriva a negare alle minoranze anche il suo ultimo diritto, quello della evoluzione?
"È un fatto sicuro. In qualsiasi maniera, i piú grandi rischi di estinzione si verificano ‘proprio fra quelle popolazioni, e perciò fra quelle lingue, sulle quali é più intensa e penetrante risulta la pressione di un’ altra cultura dominatrice, dall’Australia alle Americhe.
"Dobbiamo pensare che solo sul continente Americano dallo stretto di Behering, fino alla Terra del Fuoco, le popolazioni indigene ancora rappresentano centinaia di tribù che hanno per lo meno 1.700 diversi idiomi. Che tutte loro stanno perdendo la guerra dappertutto.
"Le compagnie petrolifere distruggono i territori di caccia e le zone di pesca degli Inuit in Alasca.
"Qualcuno potrá pensare che in fondo é solo una storia che si ripete.
"La prima grande semplificazione linguistica é avvenuta circa 15 mila anni fa com l’avvennto dell’agricoltura, giacché con questo e con ciò si cominciò la marginalizzazione dei popoli cacciatori."
"I cacciatori vivevano e si spostavano in gruppi, gli agricoltori invece si stabilivano in locali fissi, dove cominciavano a comunicarsi fra loro, ognuno alla sua maniera, fino ad arrivare a stabilire la lingua comune del proprio gruppo."
Così, più o meno, è accaduto a noi col Talian, formato da diecine di dialetti italiani che cominciarono a perdere la loro identità adequandosi ad una forma comune.
Lo stesso fenomeno si stà verificando con il Deuttsch, il Polsky, ed altre espressioni linguistiche, perché tutti emigranti, tutti parlavano i loro linguaggi familiari.
Non ci siamo ancora resi conto dell’importanza del ruolo assunto dal nostro Stato, come laboratorio linguistico dell’intero notro paese.
Allo stesso tempo in cui festeggiamo la nascita del Talian, fiorendo con la sua letteratura già riconosciuta che ha come opere trainanti "Nanetto Pipetta", "Storia di Nino fradello de Nanetto Pipetta", "Togno Brusafrati", "Masticapolenta", "Storia de Peder...", dobbiamo rammaricarci allo stesso tempo per la perdita sempre crescente delle lingue minoritarie che lo hanno composto, lingue regionali e provinciali abbandonate dai discendenti che mai più avranno la possibilità di riconquistare quel linguaggio affettivo fra padre e fillho, nipote e nonno, pronipote e bisnonno.
Le lingue regionali triveneto-lombarde, ancora in uso in Italia, stanno perdendo la loro forza di identificazione fra i discendenti della terza e quarta generazione.
Il Talian, ha un tipico accento veneto, ma non potrà mai più accogliere nella loro originalità parlate come il feltrino, il fondassino, bassanino o il cesiomaggiorino nè i dialetti provinciali come il vicentino, il rovigoto... ed ancora meno le parlate di origine lombarda come il bresciano, il cremonese, il bergamasco, il milanese o il mantovano.
Il Talian abbraccia tutte le parole di tutte queste espressioni linguistiche, ma sempre meno comprende le caratteristiche individualizzanti delle lingue che lo costittuiscono.
Il Talian è una língua-sintesi (koinè) di molte maniere di parlare, con la capacità di comprenderne le forme originarie, includendo nel suo dizionario, tutte le parole di esse.
È una nuova lingua con l’incorpare libero di differenti dialetti delle varie regioni italiane rappresentate in occasione della grande emigrazione agricola avvenuta dal 1875 in poi.
Al tempo stesso che il Talian si rafforza come lingua unitaria, i dialetti triveneto lombardi che la costituiscono perdono la loro identità.
L’analisi del linguista Gian Luigi Beccaria (in Poggi 1996, p. 42) è realmente preoccupante: "Ogni giorno muore una parola e si dissolve una lingua. L’ imposizione di una linngua dominante, fondamento del potere, come già i romani ci avevano insegnato, è il primo passo per la colonizzazione. La cultura che soffre di questa imposizione ne riceve un trauma in tutta la sua struttura globale."
Molti idiomi (come dimostra Ouane (in Poggi 1996, p. 42) hanno solamente la loro forma orale e naturalmente ciò trae in se molti problemi."
La fonetica e la struttura grammaticale di lingue che solo da poco hanno raggiunto la loro forma scritta, esigono l’uso di simboli grafici e di caratteri di stampa risultanti di una competenza tecnica raramente disponibili nei paesi in questione."
Il Talian invece si scrive come si pronuncia e come lo pronuncia ognuno che lo parla. Non sono indispensabili i fonemi, perché quelli che lo parlano sono numerosi e anche le manifestazioni scritte, che sono sempre in maggior numero, posseggono una distinzione chiara fra il Talian e l’Italiano.
Il Talian come qualsiasi lingua che non soffre l’ingerenza degli organi ufficiali e di potere, per poter sopravvivere si deve adattare alle circostanze, sia del nostro paese che dell’Italia, quest’ultima che si è mostrata in oltre incapace di arrivare ad un consenso di come scrivere le lingue regionali.
Le lingue regionali in Italia sono ancora parlate nelle loro forme tradizionali, ma solo fra gli anziani.
Nel caso specifico del veneto, ogni provincia, ogni municipio e addirittura ogni contrada si orgoglia della sua maniera di parlare come se fosse la migliore e dovesse essere l’única.
Per loro è impossibile immaginare una forma di parlare comune come il Talian, come se fosse un’Arca linguistica, dentro la quale i gerghi specifici tendono a scomparire per dare vita ad una lingua comune che sarebbe un guadagno, ma a costo di tante perdite, che fra noi sono divenute irreversibili.
Difficilmente uno che parla Talian e che sia di terza o quarta generazione, di origine cremonese, bergamasca, udinese, milanese, trentina riuscirà a spiegarsi in forma completa in una di quelle singole lingue.
È per questo che, per molti, il Talian è una seconda lingua, il Portoghese una terza e così di seguito seguendo le lingue che studierà a scuola.
Se l’Italia mantenesse in forma schietta, tanto per fare un esempio, il Feltrino, o il Padovano, o il Veneziano... alla stessa maniera che il Fondacino, o il Cremonese... tutti questi dialetti saranno compresi da chi parla il Talian. Sebbene il Talian sempre di più si allontana dagli idiomi che lo hanno formato all’inizio, in special modo dai gerghi lombardi e friulani. Per questo chi lo parla avrà difficoltà a esprimersi e capire l’una o l’altra delle lingue originali.
La difficoltà di definire la tipificazione dei differenti gerghi triveneto-lombardi stà rendendo impossibile una grafia comune. In questo campo il Talian possiede un chiaro vantaggio sui gerghi triveneto-lombardi.
Il Talian, si scrive alla maniera che si scrive il Portoghese, facendo attenzione, però, che in rapporto all’Italiano le parole del Talian siano pronunciate corretamente per chi parla la lingua portoghese e non siano confuse, da quelli che parlano l’Italiano.
Perché tutto ciò? Precisamente perché in tutte le parti del mondo ci sono intellettuali che si dicono pontefici della loro lingua. Fanno grammatiche e dettano regole alla conversazione, mentre la grammatica dovrebbe seguire la maniera di parlare del popolo. ‘È il parlar del popolo che fa la grammatica e non la grammatica che fa il parlare del popolo. E giacché i gerghi triveneto-lombardi incorporati nel Talian hanno origine latina e la maggioranza dei propri radicali sono simili a quelli dell’Italiano, in un futuro molto prossimo, i dizionari italiani regitreranno ed avranno incorporato gerghi regionali come essendo italiani e regionali, giacché qualsiasi di questi gerghi trascende il territorio della penisola e assume le dimensioni di una geografia mondiale
Un’altra ragione della speciale attenzione dovuta al Talian, che produce letteratura, motivando programmi radio, serie in giornali, è la sua fedeltà alla Costituzione Federale, nell’articolo 215, ed alla Costituzione dello Stato del Rio Grande do Sul nell’art. 220, che all’accettare il termine cultura in senso ampio, inglobano tutto ciò che fa parte di una manifestazione etnica, includendo la lingua, come essendo la sua maggiore espressione. "È dovere dello Stato – afferma la Costituzione dello Stato del Rio Grande do Sul, riecheggiando quella Federale – stimolare le manifestazioni culturali dei differenti gruppi etnici, formatori della società riograndense (e brasiliana)".
Il Talian ha una storia di 125 anni.
Tutto ebbe inizio quando gli emigranti imbarcarono.
Giacché l’amicizia e l’amore sono delle maniere di sentire, di sentirsi, comunicarsi e convivere, più che propriamente delle maniere di esprimersi in parole, quelle persone cominciavano a sentirsi in un ambiente di mutuo e spontaneo aiuto, di scambio di idee, cercando di immaginarsi come sarebbe la nuova vita che li attendeva nel nuovo mondo. Le parole facevano sì che le persone si capissero. In viaggi di uno due, tre cinque fino a quaranta giorni, scambiavano parole, facevano amicizia, e la forza dell’amore fece che quelle persone alla fine si stabilissero topograficamente uno accanto all’altro, come vicini, o per lo meno prossimi in quelle nuove colonie italiane nello Stato.
È per questo che trentini, veneti, lombardi, friulani e infine persone di differenti regioni italiane rimasero vicini nelle stesse colonie, vallate e sentieri, e così da questa vicinanza è nata la meravigliosa lingua che è il Talian.
Nel Rio Grande do Sul, alla stessa maniera che in Santa Caterina, Paraná, Mato Grosso do Sul, dove i coloni italiani si stabilirono in piccole proprità, specie quando vi fu il flusso dei "gaúchos", avvenne la stessa cosa.
In queste colonie tutte, divise in piccole proprietá, si creò un’omogeneità etnica, senza che questa omogeneitá dipendesse dalle provincie o regioni o municipi, di tutti gli italiani (etnicamente uguali) ma non tutti provenienti dalla stessa località, non tutti con la stessa maniera di parlare perché oriundi di un differente sito.
San Giovanni all’inizio del suo Vangelo dice "All’inizio era la Parola, e la Parola si fece natura umana".
Mentre Poggi in una parafrasi di San Giovanni (1996, p. 42) conclude che "La parola detta è come un bimbo che viene al mondo, perciò parlare non é un’operazione senza rischi, giacché la parola rompe la perfezione del silenzio. La finalità della parole pertanto è la finalitá del mondo. Un’avviso profondo sul quale varrebbe la pena riflettere prima di consegnarsi alle gradevoli e comode onde dell’inesorabile – Do you speack english?"
Nel corso della grande guerra ci fu proibito che parlassimo in italiano che per i più di noi in realtà era il Talian. Ma oggi, grazie a Dio, sia il governo italiano sia le scuole e gli enti culturali per conto loro, insegnano l’Italiano mentre noi continuiamo a parlare il Talian. Insegniamo, facciamo programmi radiofonici, scriviamo e facciamo ricerche in Talian. Cosicché una mano lava l’altra, perché se non si insegna e parla l’Italiano e non si insegna e parla il Talian, la cultura italiana nello Stato rimane senza il Talian e senza l’Italiano. Se non si parla o si studia l’una o l’altra delle due lingue, la nostra maniera di parlare si trasformerà in un portoghese mal parlato. In nessun caso rimarremo zitti quando affermano che è un assurdo difendere e parlare il Talian. Perché i nostri vecchi che parlavano e capivano solamente il Talian, e ai quali imposero di non parlarlo durante la guerra, si sentiranno ancora più gravemente oppressi, perché saremmo noi figli a proibirgli di parlare il loro Talian.
Ci sembra che sarebbe una lite in famiglia.
Ma viviamo in una società democratica con le porte aperte. Per questo abbiamo il diritto sacrosanto di insegnare leggere, parlare e scrivere in Talian.
L’Italia ha l’obbligo di insegnare l’Italiano. E così una mano lava l’altra.
E giacché le lingue sono dinamiche, nel futuro il Talian ci porterà all’Italiano. Pensiamo che sia l’ora di stampare libri trilingui : Portoghese, Italiano e Talian.
Nanetto Pipetta, la migliore espressione letteraria, che trasmette l’esperienza dell’emigrazione agricola italiana, nello Stato del Rio Grande do Sul, in Brasile, ed in altri paesi, sarà stampato in tre lingue in Talian (e forse in qualche altra lingua costitutiva del Talian, come Cremonese, Mantovano...), Portoghese, Italiano e nel futuro anche in Francese, Spagnolo, ed Inglese come mezzo per esaltare l’identità dell’ emigrazione agricola.
Da circa 125 anni gli italiani ed i discendenti che vivono nel nostro Stato e in tut-to il Paese, parlano e si capiscono in Talian oltre a farsi capire da chi parla sia Italiano che Portoghese. Non c’è da lamentarsi che nelle scuole parlino solamente il portoghese. Dobbiamo essere felici che il Talian, nonostante le sferzate ricevute, che dovreb- bero averlo fatto scomparire, invece si erge ancora vivo come principale sostegno dell’identità Italiana della Grande Emigrazione. Con una forte valorizzazione della lingua Italiana, anche il Talian si rafforza.
L’Italiano ed il Talian, dovranno camminare sempre insieme, aiutando l’un l’altro, come succede già nelle più colte regioni italiane.
Il Talin fra di noi, grazie alla ricca letteratura già pubblicata, è senza dubbio il migliore interprete dell’esperienza emigratoria degli italiani, della loro maniera di essere, di fare, di vivere e di parlare. Lo stesso sta succedendo con il tedesco e specialmente col polacco.
Giacché abbiamo sempre parlato, lavorato e vissuto come gli italiani del Brasile, nel Brasile e col Brasile, anche se molti hanno dimenticato la língua, non hanno dimenticato di vivere come italiani o taliani, e così questo movimento linguistico collettivo li farà ritornare rapidamente anche a parlare come Taliani o Italiani.
Le nostre parole hanno una nuova storia perché ci troviamo davanti ad una forma nuova di parlare, come le parole del Toscano, base dell’Italiano hanno la loro storia. Cosicché per interpretare la storia di questi 125 anni è necessario fare la storia delle parole. Sarebbe necessario che ogni presentatore della radio proponesse una parola in portoghese e domandasse agli ascoltatori come tradurla in talian.
Facendo un esempio, la "coruira" è un termine che ha molti sinonimi in Talian come: cérega, cìrola, ciutina, círol, puldet, schitin... tutti sinonimi riuniti in un programma radio della Rádio Coroados di Nova Prata (marzo 1999). Con le informazioni delle radio e dei giornali, oltre ad interviste personali, è stato possibile così elaborare un Dizionario Talian Portoghese e Portoghese Talian, il primo che è stanto publicato anche in Italia.
Il registrare la maniera di parlare dei genitori dei nonni e dei bisnonni, ci permetterá il dialogo con loro perché le loro parole sono sate così concrete, a volte crude come la realtà che hanno vissuto. D’altro canto con la morte rimarrà di loro solamente una eventuale fotografia. Ma la storia, la preghiera, il consiglio tradotti dalla parola del suo Autore, trasmetteranno la loro maniera di essere, di pensare e di fare, giacché le parole nella lingua familiare sono traduttrici della realtá.
I sentimenti e gli affetti sono tradotti in parole, e i nostri antepassati avevano degli affetti forti, che esprimevano con parole altrettanto forti ed in questa maniera, noi registrando e salvando le loro parole, salviamo la nostra propria storia.
Nella tradizione cremonese, alla quale io appartengo tanto per fare un esempio, l’ultimo figliolo si denominava "scagagner", giacché essendo l’ultimo sempre pappa più degli altri, rimanendo per più tempo in braccio alla mamma.
Somiglia ad un passerotto che mangia beve e rimane per molto tempo nel nido.
Gli affetti rompono l’armonia del silenzio per mezzo della parola, ma creano così l’ armonia della comunione fra persone. La maniera come si trasmettono gli affetti è anche dinamica, perciò, non interessa se il papà che sà il Talian lo insegni al proprio figlio, mentre la madre che conosce l’italiano gli insegni l’Italiano.
Se un italiano sposa una tedesca è sempre meglio prima insegnare ai figli il Tedesco, dopo il Talian ed infine il Portoghese e l’Italiano. Perché al giovane sarebbe più difficile dopo apprendere il tedesco che possiede un sistema linguistico differente. (se lontano dalla esperienza affettiva della mamma).
Per tornare all’esempio precedente io, che della figliolanza ero il più giovane, ho pappato molto tempo di più e ho imparato a dire mama con una emme sola e così stesso quella era mia madre anche se quelli che parlano italiano dicono mamma con due emme.
Per me sarebbe strano pronunciare due emme, mi sembrava meglio mamare.
E così stesso anche con una emme sola, mia madre era mia madre e i suoi grandi e bei seni non diminuirono per quello. Quindi solo salvando le parole dentro il loro contesto, giacché la nostra è una lingua familiare, riusciremo a salvare la storia a cui corrisponde, la maniera di pensare, di credere, di fare, di vivere e di credere.
Se i 60 milioni di italiani e loro discendenti sparsi per per il mondo scrivessero quelle parole che corrispondono alla loro esperianza di vita e se i linguisti italiani, un giorno avessero la lungimiranza di capire che tutte le parole, anche quelle considerate dialettali, e le maniere di esprimersi degli italiani nel mondo, potrebbero fare un vero dizionario italiano, rimarcando le parole nelle diverse forme di dirle, ma che sono sempre italiane. Una grande Enciclopedia già ha data il suo beneplacito ad un’opera di questa mole.
NULLA ABBIAMO DA RECRIMINARCI:
Guardiamo la storia e la politica tollerante del Brasile. Noi nella qualità di taliani con i nostri 20 milioni (per alcuni 25, per altri 30 numeri che ci sembrano esagerati) di italiani e discendenti, potremmo esigere che la nostra lingua fosse la seconda lingua brasiliana in favore del multiculturalismo. Ne verrebbe fuori però una discussione interminabile,perché gli uni vorrebero introdurre l’Italiano gli altri il Talian e lo stesso Governo e le Regioni d’ Italia protegerebbero il loro punto di vista ed il loro interesse. E anche le altre etnie minoritarie reclamerebbero il loro stesso diritto.
Però se il Brasile permette la doppia cittadinanza per i discendenti di italiani, vuol dire che non si preoccupa se si insegni l’ Italiano o il Talian. Tanto ciò è vero che le scuole di 1º e 2º grado possono scegliere a loro piacimento una lingua moderna e nel qual caso potrebbero scegliere l’Italiano o il Talian, quest’ultimo inoltre protetto dalla Costituzione Brasilinana con l’Aricolo 215, ed in quella del Rio Grande do Sul, con l’ Articolo 220, quali raccomandano la protezione alle espressioni culturali minoritarie.
"Per tradizione, afferma Zanovello (1994, p. 8) multiculturalismo indicava la procedenza e la partecipazione di varie culture..., una politica che ha l’intuito di riconoscere dentro di uno stesso paese, l’identitá culturale e linguistica di ognuno dei suoi componenti etnici..., come vediamo che parzialmente in pratica si fa nelle zone di frontiera d’Italia, nella Svizzera, in Francia, nel Belgio e nella Cecoslovacchia,... e come è integralmente realizzato in paesi come l’Australia ed il Canadà.
Esistono due tendenze fra i paesi dell’ Unione Europea, riguardanti le lingue minoritarie: 1) che tutte abbiano gli stessi diritti negli atti ufficiali 2) Che possano essere insegnate, usando però la lingua principale negli atti ufficiali del paese.
Cosí si crea un problema per il concetto di "Unione", giacché un italiano vivendo in Francia come italiano, sarebbe come un cittadino di seconda classe se i suoi documenti ufficiali dovesse presentarli solo in francese. Giacché l’ Unione gli facolta essre italiano in qualsiasi paese integrante l’Unione.
Dal punto di vista Antropologico é meglio che il Talian, per esempio, non sia insegnato per legge, perché ciò gli toglierebbe quel senso di concretezza, di affettività e di esistenziale per mezzo dei quali è sopravvissuto.
Inaltre si entrerebbe in conflitto con le altre etnie e potremmo anche essere accusati di razzisti come succede sia in Francia che in Germania:
"Nel caso francese, il discorso cambia nella forma ma non nel contenuto. Anche ammesso che abbia antiche tradizioni cosmopolite, e che accolga oltre 4 milioni di emigranti, la Francia coltiva oramai da quattro secoli l’orgoglio di una sua supremazia culturale. Invece la Germania democratica e pluralista ha coltivato una politica monoculturale, basata nell’assimilazione delle etnie degli immigrati" (Zanovello 1994, p. 9)
Oggi invece la mentalità culturale linguistica tedesca, stà marcatamente mostrando nuovi indirizzi nella protezione delle identità culturali sulle passate lingue.
Prendiamo l’articolo apparso sulla Rivista "Letter Hockeshule und Ausland" il 1 di marzo del 1999 col titolo di Renaissance der dialekte":
"Già da molto tempo i dialetti sono conosciuti nelle discoteche e attraverso le canzoni di successo in Germania. Oggigiorno i cittadini cominciano a manifestrarsi favorevoli ad essi. Una ricerca dell Istitute Demoskopie Allensbach per radiografare le popolazioni ha mostrato che la maggiornaza ossia oltre il 51% della popolazione nell’Ovest, ed il 48% nell’Est, conoscono il dieletto regionale. Sia se si tratti della lingua tipica dell’ Hollstein, di Colonia, della Baviera, non esiste più l’idea che esse costituiscono un qualcosa di provinciale e di sorpassato che sia necessario superare.
Le lingue regionali inoltre sono state rivalorizzate dalla Carta Eurpoea, (1992) riguardante le lingue regionali e di minoranza, che riconosce i dialetti e che desidera che nel futuro essi diventino lingue ufficiali.
Nella relazione delle lingue preferite si trova il bavaro 37%, il Platt del nord 32%, il berlinese 23%. Nella Baviera si é presentato il caso piú interessante in quanto il 72% degli intervistati hanno affermato dominare la lingua locale, al contrario del nord dove la percentuale è scesa al 32%.
Non sempre la politica è il cammino migliore per la difesa della cultura.
Il recente esempio che la Francia sta dando è un segnale di allerta per il settore dell’educazione, specie nelle scuole ed nelle università dove ci sono possibili interessi stranieri di investimento nello studio delle lingue nel paese.
Se il sistema educativo brasiliano è aperto a tutte le lingue, che si insegnino pure nelle scuole e nelle differenti reti di insegnamento, d’acordo con i curriculum e con l’ appoggio del sistema familiare.
Per avere un’idea del completo disordine politico in relazione alle lingue, base principale delle identità, si deve notare il veto del presidente francese Chirac all’uso delle lingue parlate dalle minoranze nelle amministrazioni locali.
Haroldo Ceravolo de Souza (Folha de S. Paulo, 11-7-1999, p. 23) afferma "La Francia è il paese che più cerca di resistere all’avanzare della lingua inglese. Solo che ora la questione politico-culturale che affronta gli viene dagli idiomi meno universali esattamente 75 idiomi: le cosidette lingue regionali sono diventate un problema dopo che il presidente Chirac ha opposto il suo veto alla ratificazione della Carta Europea delle Lingue Minoritarie. Basandosi su un parere del Consiglio Costituzionale francese, Chirac ha opposto l’ argomento che quella Carta Europea, feriva alcuni principi della Costituzione del suo paese. Questi aricoli sarebbero due: 1º che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, 2º que dice che il Francese è la lingua Ufficiale della Francia.
"La carta Europea del 1992 prevede lo stimolo all’insegnamento delle lingue regionali ed all’uso di queste lingue nelle Amministrazioni locali. Nell’intendere del Consiglio costituzionale, quella carta crea diritti specifici a quelli che usano gli idiomi Regionali, ferendo il concetto di uguaglianza. A richiesta del Primo ministro francese Jospin, il linguista Bernand Cerquiglini, dell’Istituto Nazionale di Lingua Francese, ha elaborato una lista delle lingue in questione e ha concluso che in Francia si parlano e si usano nella loro forma scritta per lo meno 75 lingue differenti, che potrebbero essere protette da quella Carta Europea. Nella lista ci sono idiomi come il Catalano, Basco, Corso, Creolo (formato da differeti idiomi di abitanti delle colonie francesi) parlati da etnie che costituiscono una maggioranza in qualche parte del paese, oltre agli idiomi Arabo, Berbero e Iídiche, usati da gruppi di emigranti.
Esistono lingue che non sono neanche piu parlate, secondo Cerquigli, e queste sono in genere cugine del francese, come il Normando, conosc1iuto nella forma scritta dagli abitanti della Normandia, nel nord del paese. Rimangono fuori gli idiomi di recenti emigrazioni, come il Portoghese, che è arrivato in Francia durante la dittatura di Salazar.
"Sia Chirac che Jospin, hanno alleati importanti che affermano che la carta pone in rischio l’unitá della Francia. I Movimenti Nazionalisti Corso e Basco usano la difesa della lingua come argomenti per la loro azione".
Da quanto afferma il linguista Bernatrd Cerquigli (in Sereza, Folha di S. Paulo 11-6- 1999) che ha organizzato la lista delle 75 lingue parlate in Francia quello che è in gioco é un patrimonio culturale.
"Conserviamo palazzi, perché non dovremmo conservare le lingue?" Secondo lui il timore che la Carta Europea possa minacciare l’unità della Francia non ha senso. "Oggigiorno tutti i francesi parlano Francese il che non impedisce loro di praticare il bilinguismo. Per la Repubblica quello che interessa è che il cittadino parli per lo mano il Francese, ma non che parli solamente il Francese."
Fra le lingue regionali in maggiore sviluppo cito il catalano. "Dall’ altro lato della frontiera, in Spagna, tutti parlano quella lingua. Le insegne nelle strade sono bilingui e esistono gioarnali in lingua Catalana. La popolazione catalana francese ha la tendenza ad adottare quella lingua sempre di più.
In aree come i Pirenei orientali, il Paese Basco Francese, e in Corsica, vi sono scuole che insegano la lingua regionale fin dal primo corso di alfabetizazione.
Le lingue principali delle minoranze francesi sono: il Bretone parlato dal 15 al 20% di un totale di 1,5 milioni di abitanti; l’ Ocitano che era parlato nel 1920 da 10 milioni di persone ed ora solamente da due milioni; il Basco com 40 mila parlanti su un totale di 260 mila abitanti; il Fiammingo alla frontiera col Belgio, di cui non si hanno cifre; il Creolese, formato dal Francese e dalle lingue dei territori di colonie come Guiana, Guadalupe, Martinica con circa um milione di parlanti; l’ Alsaziano parlato da 900. 000 persone su un totale 1,7 milioni di abitanti ed il Corso parlato da 100.000 a 150.000 persone su 250.000 abitanti.
Il Progetto di legge della Camera dei Deputati Italiani del 1998, propone la lingua italiana come quella Ufficiale. Leggiamo sul bollettino "Migrazione Notizie" :"Nessuna norma giuridica e tanto meno la Costituzione, che peraltro si preoccupa invece di tutelare in via di principio le minoranze che parlano lingue diverse, afferma che la lingua ufficiale della Repubblica è l’Italiano. È una lacuna che verrà colmata con un testo di legge in tramitazione alla Camera come spiega il relatore Domenico Maselli."
Il testo già approvato in senato secondo la Rivista " Trevisani nel Mondo" ( Marzzo 2000),prevede oltre all’insegnamento facoltativo nelle scuole maternali e elementari, l’obbligo dell’insegnamento nelle scuole medie e superiori, della cultura delle tradizioni delle minoranze linguistiche.
Sono circa tre milioni di italiani che rappresentano numerose minoranze linguistiche di cui 12 sono state ufficialmente riconosciute dal Governo Italiano col precipuo scopo di preservarle, cosí distribuite :
Sarda -in Sardegna ( circa 1.260.000)
Albanese- in Calabria, Puglia ,Molise, Abruzzo e Sicilia ( circa 100 mila)
Carnica-nel Bellunese ( 1.400 circa)
Altoatesina-a Bolzano ( circa 290 mila)
Ladina- a Bolzano ( 40 mila circa).
Friulana- in Udine Pordenone e Gorizia( 600 mila circa)
Slovena- a Trieste , Gorizia e Udine( 100.mila circa)
Altoatesina- a Bolzano ( 280 mila circa)
Catalana- in Alghero e Sassari ( 20.mila circa)
Franco-provenzale- in Aosta e Torino ( 85 mila circa)
Greca-in Sicilia e Puglia ( 20 mila circa)
Occitana- a Cuneo e Torino( 50 mila circa).
Croata- a Gorizia ( 2. 000 circa)
Oltre a queste ci sono parlate come la Cimbra , la Francofona e la Walsera .
Una ampia coscenza di salvare le lingue in tutte le forme, come base dell’identità e della cittadinanza, in un contesto di universalità e di globalizzazione, ha cominciato a definirsi con il Trattato di Madrid del 1954 quando si fondò l’Unione Latina alla quale partecipano 34 Paesi di quattro continenti: dell’Asia, le Filippine, dell’Africa i paesi di lingua Portoghese: Mozammbico, Angola, Cabo Verde; dall’ Europa tutti i paesi di lingue latine; delle Americhe Latina e Centrale praticamente dal Messico alla Terra del Fuoco... (Bertolaja 1997 in L’ Umanesimo latino nel mondo, p. 10). Il Latino è la base delle lingue di questi paesi. E il Movimento Latini nel Mondo, sotto la Presidenza di Dino de Poli, si riunì in Romania a Settembre come preparazione del grande incontro Internazionale Latini nel Mondo di Nuova York nello scorso maggio 2000.
Il Latino è il simbolo della madre che ha dato la vita per la sopravvivenza delle sue figlie, le lingue latine.
Pertanto che sia lontano dalla mente e dal cuore l’ essere razzisti specialmente, razzisti infraetici.
Attenti perciò a quelli che dicono: "Si deve parlare, studiare e insegnare solamente il Talian", ma attenti anche a quelli che affermano "Si deve solo studiare, insegnare e parlare solo l’ Italiano." Sarebbe una guerra in famiglia.
La lingua per noi che siamo l’Italia nel Mondo, è la maniera di tradurre la nostra identitá comune, che infine è quall’appigglio che ci fa orgogliosi di essere Italiani o Talian.
Il Talian e l’ Italiano debbono essere studiati e capiti sì, ma se perdiamo il piacere di essere Italiani o Taliani, si perde la parte essenziale dell’identità.
Siamo un’altra Italia fatta dall’Italia penisolare e di tutte le italie nel mondo.
Socrate quando fu interrogato sulla sua origine, non rispondeva di essere cittadino di Atene, ma si cittadino del mondo; noi siamo come emigrati dal nostro paese, cittadini del mondo, contribuiamo e riceviamo il contributo delle altre culture e per questo abbiamo perso la scomoda vocazione di esclusivisti.
Il "jus sanguinis" adottato dalla legislazione italiana, non ha un senso territoriale, perché è insito nelle persone, non nei territori.
Nella rivista "Friuli nel Mondo" negli ultimi due anni appare una nitida preoccupazione a causa della perdita di identità, sepppure sia una Regione Autonoma, con cultura e lingua proprie.
Questa preoccupazione é stata messa in risalto più volte da Ferruccio Cavora, e ripresa in prima pagina nel nº 48 del 1999, della Rivista Frioli nel Mondo, sotto il titolo "Il Friuli al Bivio".
Si riferisce a una ricerca realizzata dall’Università di Udine, nella quale è apparso che il 40% degli intervistati crede che col tempo la lingua Friulana sarà assorbita da quella Italiana. Afferma, continuando, che nell’opinione pubblica friulana negli ultimi tempi si stà dando sempre più importanza agli emigrati senza ancora aver chiarito le ragioni di questa valorizzazione.
Questa valorizzazione, tardia sia per il Friuli che per l’Italia, che per molto tempo ha dimenticato i suoi emigrati è di grande importanza nella costruzione di una identità, con o senza idioma, percché l’emigrato porta sempre con se la notalgia della sua patria della sua terra, del suo municipio, come un qualcosa di vivo di inalienabile, a cui imprime il nuovo asfalto del paese dove è emigrato.
È l’essere friulano che è in gioco, per qualcuno che forse anche sa poco parlare friulano. Perché non è con lo studiare ed apprendere inglese che si coltiva l’esser inglese.
Per chiudere, possiamo dire che la persona umana porta con se una identità oriunda dal suo paese, di un territorio (regione, provincia, municipio, villaggio) di un popolo, di una famiglia, di una lingua e di un dialetto.
Bibliografia:
BERTOLAJA, Ernesto. L’Umanesimo latino. Treviso: Fondazione Cassamarca, 1997. P. 10.
CARLINI, Franco. "Seimila lingue in meno." In: Il manifesto del 12 marzo 1995.
CLAVORA, Ferruccio. "Il Friuli a un bivio." Udine: Friuli nel Mondo, giugno 1999, p. 1.
COUTINHO, Ismael de Lima. Pontos de gramática histórica. Rio: Liv. Acadêmica, 1958.
DAAD LETTER Hochschule und Ausland. "Renaissance der Dialekte." Bonn: 1 März 1999, p. 9.
LAITANO, Dante. O linguajar do gaúcho brasileiro. Porto Alegre: EST. 1981.
LUFT, Celso Pedro. Língua e Liberdade. Porto Alegre: LPM, 1985.
SEREZA, Haroldo Ceravolo. ‘Chirac veta uso de línguas regionais." São Paulo: Folha de São Paulo, 11-7-1999, p. 23.
LORIGIOLA, Tania. Austrália Contemporânea e multiculturalismo. Padova: Eurograf, 1997.
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SALZA, Alberto. "Popoli da salvare." Rivista Scienza e vita, ago. 1994.
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ZANOVELLO, Luciano. "L’Occidente al traguardo del confronto etnico." Padova: Rivista Il messagero di Sant’Antonio, luglio / agosto 1994.