| AUomini d’oro (nero) |
Simonetta Sandri |
Gli uomini del petrolio, gli uomini dell’oro nero che hanno fatto e fanno parlare dell’Italia nel mondo.
Una nuova proposta, un poco particolare, per i nostri lettori.
Nei numeri precedenti di Focus abbiamo percorso qua e là le strade polverose del Sudamerica e le rotte segrete dell’Afghanistan, quasi fossimo a bordo di uno scarcassato 4 X 4, i corridoi della politica statunitense, quasi fossimo colletti bianchi un poco camuffati, i sogni di imprenditori, ingegneri, medici e politici italiani o di origini italiche, quasi fossimo giovani storici alle prime armi. Ci dirigiamo ora verso le rotte del petrolio, ed in particolare verso il continente africano, che finora non abbiamo ancora percorso.
Africa, terra di sole e di nessuno
Pensiamo insieme un poco all’Africa e, a seconda delle generazioni, delle idee o delle ideologie, vedremo il sole, il deserto dalle soffici dune, la natura vergine, i tessuti colorati ed il vento, le donne velate e gli uomini blu, l’epoca coloniale, la miseria, la ricchezza del petrolio, con i suoi labirintici oleodotti e le sue immense piattaforme. I taccuini di un appassionato viaggiatore dall’antica penna intarsiata potrebbero ospitare migliaia di dettagli annotati affannosamente per non dimenticare. La prossimità geografica con l’Italia e la vicinanza francese al passato coloniale rendono sempre più familiare ogni angolo di questo continente soprattutto per chi, come noi, lettore dalla residenza parigina, convive quotidianamente con l’Africa.
Questa terra dalla difficili realtà migratorie, dalle grandi emergenze sanitarie e dalle catastrofi umanitarie, dalle pubblicizzate ed imponenti operazioni di "peacekeeping", è anche terra di ricchezze umane, di grandi risorse naturali, di potenzialità economiche e culturali. Senza retorica.
I Paesi industrializzati hanno allora deciso di puntare sul "rinascimento africano", con un impegno di aiuto allo sviluppo alla Conferenza Internazionale sullo Sviluppo, tenutasi a Monterrey, Messico, nel marzo 2002.
Italia for Africa ? Ma come ?
Il nostro Paese appoggia attualmente varie iniziative in favore del continente africano. Basti pensare, per citarne alcune, all’impegno italiano nella cancellazione del debito estero di 32 paesi africani, alla partecipazione alla missione delle Nazioni Unite per l’Etiopia e l’Eritrea ed all’iniziativa di pace in Burundi, con Aldo Ajello, Inviato Speciale dell’UE nella regione dei Grandi Laghi.
Ma per l’Italia (e non solo), Africa e petrolio vogliono dire anche e soprattutto ENI-AGIP.
ENI ed AGIP
L’AGIP, di creazione fascista, viene affidata ad Enrico Mattei nel 1945 per essere liquidata. In pochi anni, Mattei trasformerà la società in uno dei pilastri dell’industria di Stato. Nel 1949, dopo la scoperta nella pianura padana di un giacimento di metano con piccole tracce di petrolio, Mattei fa credere a tutti, attraverso la stampa, che quel giacimento sia un ricchissimo bacino petrolifero, in grado di arricchire tutto il Paese. L’AGIP fa un salto di qualità, con il titolo che in borsa sale alle stelle. Il 27 marzo 1957, entra in vigore la legge che istituisce l’ENI ("Ente Nazionale Idrocarburi") che assorbe l’AGIP e di cui Mattei diviene prima presidente e poi anche amministratore delegato e direttore generale. Nel 1997 viene operata la fusione fra l’ENI-holding e l’AGIP, la società petrolifera che possiede le riserve di petrolio del gruppo ed i permessi di ricerca ed estrazione, in una zona che si estende dall’Italia, all’Africa, al Medio Oriente ed all’ex-URSS. L’ENI-holding non è più, dal 1993, un ente pubblico ma una società per azioni.
Le polemiche sull’operato delle multinazionali come l’ENI sono all’ordine del giorno: dubbi sulla protezione ambientale o sociale, sull’equità distributiva delle ricchezze derivanti dalla risorsa petrolifera, sul rispetto dei valori umani, culturali e sociali oltre che delle necessità e delle tradizioni delle popolazioni locali.
Il movimento no-global fa di questi elementi una bandiera sulle piazze di tutto il mondo. Pur d’accordo sui principi di uguaglianza fra i popoli e di necessario rispetto dell’ambiente sostenuti dal movimento, l’operato di talune multinazionali non ci sembra così "demoniaco".
Parlavamo dunque dell’ENI, per indicare al nostro lettore come il gruppo si sforzi di porre in atto strategie rispettose dello "sviluppo sostenibile" (agire pensando alle generazioni future) - e dunque dell’ambiente - , nonché delle realtà e delle necessità locali.
In Congo, dalla fine della guerra (il 15 ottobre 1997), l’AGIP Congo, seconda compagnia petrolifera del Paese, ha concepito e realizzato numerosi interventi a favore delle popolazioni: la ricostruzione dell’ospedale di Talangai, la realizzazione di sistemi fotovoltaici che forniscono energia per l’illuminazione di abitazioni e scuole e per le pompe che dai pozzi portano l’acqua ai villaggi. Le piattaforme del campo di Loango, a 70 km da Pointe Noire, sono condotte secondo la HSE (Health, Safety, Environment, Salute, Sicurezza ed Ambiente). La strada che collega Pointe Noire a Cabinda, in Angola, è stata costruita con la collaborazione dell’AGIP. In Nigeria, il gruppo ha realizzato quasi 400 progetti che riguardano l’ambiente (fra questi, si è impegnata nello spinoso problema delle smaltimento dei rifiuti o nei progetti per la coltivazione del riso nello Stato del Bayelsa), l’istruzione, e lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni locali.
Il servizio medico del gruppo (SERMED) ha cercato di contribuire con forza al benessere delle popolazioni, fornendo servizi medici di base in collaborazione con le autorità locali e le organizzazioni umanitarie presenti sul territorio e mettendo in atto politiche di prevenzione di malattie come la malaria o l’epatite. Vaccini, campagne educative, formazione di personale locale e realizzazione di progetti igienico-sanitari hanno fatto parte di questa azione condotta sui territori in cui ENI è presente, dalla Libia, al Congo, all’Angola.
Questa politica di collaborazione e sensibilità pare la continuazione di un’azione iniziata negli anni 50 che riconosceva l’importanza delle realtà locali e del loro rispetto oltre che delle implicazioni politiche legate allo sfruttamento delle risorse petrolifere, necessitanti un’autentica e paritaria collaborazione con i poteri locali.
La diplomazia italiana delle risorse
Negli anni 50, l’Italia si avviava alla difficile ricostruzione del Dopoguerra. I gruppi più attivi nelle relazioni pubbliche internazionali sono le grandi aziende petrolifere, con personaggi come Lorenzo Cantini alla ESSO, Francesco Vizioli alla BP e, soprattutto, Enrico Mattei all’ENI.
Mattei porrà in essere le basi di una vera e propria diplomazia delle risorse basata sulla consapevolezza delle implicazioni politiche del petrolio e sulla necessità di collaborazione con i governi locali nello sfruttamento delle risorse. Mattei aveva quasi sicuramente compreso che, se non si assicurava questa collaborazione, il fenomeno del nazionalismo arabo si sarebbe presto coniugato con un sentimento di rivalsa nei confronti di coloro che erano considerati come eredi del colonialismo, giunti sul continente africano per sfruttare l’oro nero a danno del popolo arabo. L’ENI si assicurò allora la fiducia del presidente egiziano Nasser, leader del nazionalismo arabo. Il gruppo iniziò le proprie attività in Egitto nel 1955, acquistando una parte dell’International Egyptian Oil Company e costruendo un oleodotto che collegava la raffineria governativa di Suez al Cairo. Il 1957 fu l’anno di svolta per l’azione dell’ENI in Medio Oriente: il 14 marzo fu stipulato un contratto fra l’AGIP ed il governo dell’Iran, che dette vita ad una società mista, la Société Irano-Italienne des Pétroles, le cui quote erano possedute dall’ente italiano per il 51% e dal partner iraniano per il restante 49%. L’Iran otteneva il 75% dei profitti derivanti dalle attività congiunte. Questa era la nuova formula vincente, l’innovazione che mutava profondamente ed improvvisamente gli schemi adottati fino a quel momento, che prevedevano solo una concessione agli "stranieri" dei diritti di sfruttamento del sottosuolo (e non la creazione di una società mista) e l’attribuzione "fifty-fifty" degli utili a ciascuna parte. Le grandi multinazionali petrolifere (le cd. Sette Sorelle) guardavano con inquietudine a questa rivoluzione, che rompeva con la regola del 50% e che, soprattutto, introduceva l’idea di una società mista fra una compagnia occidentale ed una locale. Quest’ultima innovazione, definita la "formula ENI", applicata a tutti gli accordi successivi, riconosceva al governo del Paese in via di sviluppo una parità di sfruttamento delle risorse e di controllo della produzione.
... Ma chi era Enrico Mattei ?
Enrico Mattei nasce ad Acqualagna, in provincia di Pesaro, nel 1906. Figlio di un maresciallo dei Carabinieri, interrompe gli studi per lavorare come operaio in una fabbrica di materassi e partire poi per Milano all’età di 24 anni. Qui Mattei lavora come commesso viaggiatore, è rappresentante di un’azienda chimica tedesca e fonda, infine, un’azienda specializzata nella produzione di oli per l’industria conciaria, l’Industria Chimica Lombarda. Durante la Repubblica di Salò, entra in contatto con la resistenza bianca e nel 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale gli affida l’incarico di commissario straordinario dell’AGIP, al fine di liquidarla. Il colpo maestro della pianura padana fa divenire l’AGIP una grande forza. Mattei mette in atto una politica di rivolta alla sottomissione alla politica petrolifera americana, tesse relazioni con i Paesi arabi produttori di petrolio, mette in atto la "formula ENI". Nel 1957 è già l’antagonista di ESSO e SHELL, tratta con i libici per lo sfruttamento dei giacimenti del Sahara, finanzia i movimenti di liberazione dell’Algeria che combattono contro la potenza coloniale francese. Nel gennaio 1962 l’aereo di Mattei, in partenza per Rabat, subisce un sabotaggio (un cacciavite viene trovato fissato con nastro adesivo in uno dei reattori). Il 27 ottobre 1962 Mattei muore in quello che ufficialmente è stato considerato come un incidente aereo. Si è parlato di mafia dietro mandato dei petrolieri americani, di CIA e OAS (l’organizzazione dell’estrema destra francese, contraria all’indipendenza algerina), di servizi segreti italiani. Il mistero resta irrisolto.
Altri uomini d’oro nero
Molto spazio si è dedicato all’ENI ed a Mattei, anche in relazione all’anniversario dei 40 anni dalla morte di quest’ultimo. Altri italiani hanno popolato il paesaggio petrolifero mondiale. Ricorderemo Felice De Stefano, marinaio ed ingegnere navale. Nato a Solofra nel 1889, De Stefano, combattente valoroso durante la I Guerra Mondiale, finita la guerra, si trasferisce a Fiume, dove era giunto nel 1919 insieme a Gabriele D’Annunzio. Da qui passa a Trieste, per dirigere la raffineria di petrolio della città su incarico del governo. Il petrolio giungeva alla raffineria direttamente dall’Oriente, per cui De Stefano si ritrovò a dover lottare contro i trust americani ed inglesi oltre che contro gli austriaci e gli ungheresi che pretendevano di gestire il complesso in qualità di soci fondatori. Questo abile dirigente riuscirà a far assorbire al governo italiano i 2/3 della raffineria e per merito suo il petrolio lavorato in quello stabilimento non sarà controllato dalle multinazionali. Grazie al suo intervento, l’Italia riuscì ad avviare una politica petrolifera propria.
Fuori dai confini italiani ricordiamo Agostino Rocca, in Argentina. L’imprenditore ha fondato il gruppo Techint (nato a Milano nel 1945 come Compagnia Tecnica Internazionale ma fondato con il nome Techint in Argentina nel 1947), che conta oggi oltre 50000 dipendenti fissi e migliaia impegnati nel mondo nella costruzione di gasdotti e pozzi petroliferi. Agostino, il capostipite della famiglia, è nato a Milano nel 1895 e morto a Buenos Aires nel 1978. Ha lasciato l’impresa al figlio Roberto, nato a Genova nel 1922, il quale, a sua volta, da qualche anno, ha lasciato la guida al figlio maggiore Agostino, che gestisce il gruppo con i fratelli Paolo e Gianfelice. Il gruppo opera anche in Italia, Venezuela ed Uruguay.
Articolo apparso su FOCUS-Magazine, n.58, novembre-dicembre 2002, pp.35-36.