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Gli italiani in Brasile. L’importanza della comunità italiana nel Nordest |
Simonetta Sandri |
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Gli italiani, i discendenti di italiani e l’ "italian style" fanno ormai parte integrante della società brasiliana. Dal 1500 ad oggi, i nostri connazionali hanno largamente contribuito alla costruzione della società brasiliana, con il loro lavoro e la loro cultura. Dal viaggio da me intrapreso a Recife, nello Stato di Pernambuco, nel Nordest del Brasile, sono emerse scoperte interessanti sull’Italia d’Oltre Atlantico.
Cominceremo, nella prima parte dell’articolo presentata in questo numero di Focus, ad introdurvi nel viaggio storico dei nostri emigranti verso il Brasile, indicandovi altresì alcuni numeri di tale emigrazione e la sua influenza culturale.
Vi presenteremo poi, nel numero successivo di Focus, le particolarità dell’emigrazione verso il sud ed il nordest del Paese, con le differenze salienti fra le due, le particolarità del Rio Grande do Sul, ove si parla ancor oggi il "Talian", e le interviste ad alcuni esponenti della particolare emigrazione italiana a Recife.
1. Gli italiani nella storia del Brasile
Si può affermare che la storia degli italiani con il Brasile cominci prima che Cabral approdasse a Porto Seguro, nel maggio del 1500 ed ormeggiasse nel fiume Buranhem: due delle 13 caravelle erano di fabbricazione genovese e nell’equipaggio c’erano italiani. Esisteva una mappa rivelatrice, opera del cartografo genovese Andrea Blanco, che dava risalto nell’Atlantico Sud a una grande isola e, allo zenit, ad una costellazione in forma di croce. Le terre Sudamericane, dunque, principalmente il "calcagno" del Brasile, erano se non conosciute, individuate e localizzate.
Ma la presenza italiana in Brasile comincia ad essere rilevata fra il 1500 ed il 1535, nel cd. periodo pre-coloniale, grazie soprattutto alle attività commerciali di città come Genova, Venezia, Pisa e Firenze. La ricchezza delle città rinascimentali italiane fa, infatti, fiorire studi di cosmografia, di astronomia - si diffondono le idee di Platone su Atlantide e quindi sull’esistenza di terre oltre mare, oltre che la convinzione della sfericità della terra di Aristotele -, di fisica e di oceanografia. Commercianti e piloti italiani si stabiliscono in Spagna: basti pensare ai Medici di Firenze che si ritrovano a Siviglia mentre l’interesse spagnolo e portoghese per l’oltre Atlantico aumenta. Nel 1501, il fiorentino Amerigo Vespucci parte per l’America del Sud (in realtà, accompagnava già nel 1499 Alonso de Ojeda) e più specificamente per il Brasile. La sua importanza nella redazione di carte geografiche lo rende famoso. Se Cristoforo Colombo nel 1492 crede sempre di essere nelle Indie Occidentali e non in un nuovo continente, Vespucci, nel 1497-1503, al contrario parla di Nuovo Mondo e quindi da lui il nome America (è importante, infatti, la sua carta "O Novo Mundo" del 1503). Nel 1501-1503, Vespucci - navigante e letterato - è in Brasile a servizio del re del Portogallo. Sono sue le prime lettere illustrative e indicative sulla navigazione e, particolarmente, sugli elementi geografici e geologici della costa brasiliana. Anche il nome Brasile è legato a quello di Amerigo Vespucci che menzionò l’esistenza di un grande numero di piante rosse come il verzino o la brace e per cui i francesi denominarono la terra di Bresil e i portoghesi, "brasa" e, in seguito, Brasil. Questa è la versione ufficiale, sino ad oggi. Il successivo periodo coloniale (1535-1822) conosce diverse epoche. Fra il 1534 ed il 1580 i portoghesi esplorano il Brasile e la presenza italiana ed europea nel Nordest del Paese è assai scarsa. Nel 1510 o nel 1514 alcuni italiani naufragano sulla costa. Sebastiano Caboto porta in Pernambuco alcuni italiani, esperti della coltivazione dello zucchero. Fra il 1504 ed il 1507 il Regno di Napoli è dominato dagli spagnoli: la colonia italiana in Spagna - genovesi e napoletani - è numerosa. La Spagna è in lotta contro l’Olanda: nel 1624 scoppierà la guerra mercantile contro gli olandesi che in Brasile avevano occupato Salvador. La Spagna organizza un’armata con truppe portoghesi, spagnole e napoletane - fra essi, il conte di Bagnuoli: si forma una "famiglia" italo-brasiliana. Nel 1808 la corte portoghese si trasferisce in Brasile: ne conseguono trasformazioni sociali, culturali e strutturali nella società coloniale, mentre dall’Italia arrivano artisti e manodopera specializzata. Negli ambienti colti si percepisce la tendenza alla separazione del Brasile dal Portogallo, per cui si incentiva l’arrivo di europei colti e specializzati. Nel Nordest del Brasile - indipendente nel 1822 - comincia a svilupparsi un’immigrazione individuale o di piccoli gruppi familiari, piccoli commercianti soprattutto, che arrivano su invito di parenti già in loco (con le cd. "cartas de convite"). Nella metà del secolo XIX la colonia italiana di Recife è importante e numerosa (artigiani e commercianti): la zona di provenienza è Napoli, Salerno e la Calabria. A Recife vi sono consolati e vice-consolati di Stati come Napoli, Sardegna e Parma e solo con l’unificazione politica sotto il Piemonte vi sarà un solo vice-console onorario di Pernambuco. Dopo l’unità d’Italia l’immigrazione è intensificata per ragioni politiche (persone che non vogliono perdere la loro indipendenza regionale o locale) ed economiche (mercato del Sud invaso da prodotti del nord; impedimento all’industrializzazione e sviluppo del latifondo al Sud). Dopo il 1890, anno della proclamazione della repubblica brasiliana, l’immigrazione italiana nel Nordest aumenta, anche se mai nei numeri di Saõ Paulo e del Sud del Brasile in generale. Si tratta di una migrazione individuale, di uomini trentenni, soprattutto verso Salvador e Recife nel campo del commercio. Fra il 1890 ed il 1940 l’Italia è sovrappopolata e vi è poco lavoro mentre nel Paese si opponevano 2 tesi sull’emigrazione, pro e contro. Chi era a favore dell’emigrazione riteneva che questa attenuasse la disputa per il lavoro, che fosse un bene per i trasporti marittimi ed un ritorno di capitali inviati in Italia dalle famiglie in Brasile. Chi si manifestava contrario, lo era perché considerava il Brasile come un paese tropicale e difficile, inospitale e dove il lavoro era troppo duro.
Il secolo XIX costituisce allora la vera grande epoca migratoria italiana verso il Brasile.
Nel caso del Brasile, si deve notare che l'immigrazione, in particolare verso il Sud del paese, era programmata dai governi e in molti casi essa ha costituito la struttura vera e propria della popolazione nazionale in espansione e formazione. Fin dal 1824, l’impero brasiliano aveva promosso l’arrivo, verso la provincia di Rio de Janeiro, di coloni tedeschi e svizzeri che ricevevano piccoli lotti di terreno in cambio del loro lavoro agricolo. Considerato che fra il 1840 ed il 1850 l’economia brasiliana subisce modifiche rilevanti - il caffè sostituisce lo zucchero come principale prodotto da esportazione ed il centro economico si sposta pertanto dal Nordest verso Saõ Paulo -, in tale periodo si cerca di introdurre i "contratos de parceria" nelle fazende di Saõ Paulo, secondo i quali il "colono" - come si definiva anticamente l’emigrante - vendeva il proprio lavoro futuro per pagare le spese sostenute dal proprietario terriero dall’imbarco del lavoratore fino al suo arrivo in Brasile. Il sistema fu criticato dagli europei come forma camuffata di schiavitù e tali tipi di contratti vennero soppressi. Con varie modifiche, si arrivò al 1865, periodo in cui il governo brasiliano cominciò ad offrire agli emigranti europei il pagamento delle spese di viaggio, una successiva assistenza ed i mezzi di primo sostentamento ed installazione delle famiglie in cambio del loro lavoro nelle zone rurali. I "coloni" potevano in seguito acquistare le terre occupate. Si sono quindi formate «colonie», compatte e circoscritte comunità di emigrati, in grado di trasmettere le proprie organizzazioni e tradizioni. Le nazioni che «ricevono», dunque, lo fanno soprattutto per procurarsi braccia a causa del loro vuoto demografico. Il Brasile fa, in certo modo, eccezione: il paese non è completamente vuoto in termini demografici, ma solamente nel 1888 la schiavitù è stata soppressa e il vuoto di forza di lavoro lasciato da tale abolizione deve essere colmato.
In proposito, un’interessante inchiesta compiuta nello Stato di Saõ Paulo nel 1902 dal giornalista Adolfo Rossi, inviatami da Frate Rovilio Costa di Porto Alegre, descrive le condizioni dei coloni italiani emigrati verso le fazende di caffè. Camuffatosi da emigrante fra gli emigranti, Rossi penetrato in incognito nella "Hospedaria", specie di asilo di passaggio e di stazione degli immigranti ci fornisce una descrizione toccante e profonda delle difficili situazioni che i connazionali dovettero affrontare all’arrivo in Brasile. Anche Zelia Gattai, scrittrice di origine italiana, moglie di Jorge Amado, nel suo libro "Città di Roma" - nome della nave su cui imbarcarono le famiglie dei suoi genitori, i Gattai ed i Da Col - descrive le vicissitudini degli emigranti italiani. Nelle pagine del suo libro, interessante biografia familiare, Zelia paragona le due famiglie: quella paterna, i Gattai, toscani, e quella materna, i Da Col, veneti. I due gruppi vengono indicati come "simili ma .. completamente diversi": i primi vengono definiti come anarchisti ed il cui viaggio aveva fondamentalmente una finalità politica, ossia quella di "riformare il mondo"; i secondi, cattolici, con la sola finalità economica di guadagnare per vivere. Entrambi, tuttavia, imbarcati da Genova sulla stessa nave, avevano per destino il Brasile. Partivano tutti, nel 1888, in un gruppo di circa 150 persone, per fondare una "colonia sperimentale socialista", la Colonia Cecilia, verso terre del Paranà, donate dall’imperatore Pedro II.
2. L’influenza culturale degli Italiani in Brasile
Anche se si è visto che gli italiani sono presenti in Brasile fin dal XVI secolo, ufficialmente l'arrivo del primo gruppo di emigranti italiani è del 1860. Tuttavia, la prima grande emigrazione cominciò verso il 1875, con l'arrivo in massa di famiglie di Belluno, Bolzano, Trento, Treviso e Udine, soprattutto nel Sud del Paese. Gli italiani che emigrarono in Brasile furono oltre 3 milioni ed hanno avuto, sino ad oggi, oltre 20 milioni di discendenti brasiliani. Grande fu anche il numero di missionari italiani che, apportarono un grandissimo contributo culturale al popolo brasiliano. Culturalmente celebri furono gli antropologi religiosi, Cesare Albisetti e Angelo Venturelli, autori dell’enciclopedia sulle tribù degli indios Bororos, l’"Enciclopedia Bororo". Sulle ricchezze minerali del Brasile, fu il missionario Giovanni Antonio Andreoni, che scrisse, nel secolo XVII, "Cultura e Opulenza del Brasile", libro che fu censurato perché il Portogallo voleva impedire che altri paesi conoscessero la localizzazione delle miniere in Brasile. Nel tempo, il flusso migratorio italiano verso il Brasile aumentò costantemente. Molti furono forzati a emigrare per ragioni politiche nel decennio del '30, quando le pressioni ideologiche provocarono la maggiore emigrazione. Ma, questa emigrazione forzata fu benefica alla cultura brasiliana, con l’arrivo di uomini di grande cultura: Arcari, Segre, Biondi, Di Benedetti, Tagliaferri, Cimatti, Milano e Tullio Liebmann, professore di diritto commerciale, conosciuto in tutta Europa, o di Giorgio Mortara, professore di statistica, considerato fondatore della statistica brasiliana. Nel 1875, 200 italiani arrivarono a Santa Tereza nello Stato di Espirito Santo; vennero, inoltre, anarchici, avvocati, ingegneri, medici, professori, tecnici e agricoltori che furono i capostipiti di grandi famiglie brasiliane: Lorenzini, Medici, Gattai. Ad essi seguirono altri uomini illustri: Levi, Treves, Lattes e il professore Piccarolo, uno dei maggiori giuristi che emigrarono in Brasile e che fu uno dei fondatori della "Facoltà Paulista di Lettere e Filosofia". Piccarolo fondò anche l'Istituto Italiano di Cultura che trasmette e insegna l'italiano, la storia e la geografia italiane. Nel 1888, un gruppo di anarchici si stabilì vicino alla città di Palmeiras, nel Sud del Paranà, fondando la "Colonia Cecilia", di cui parla Zelia Gattai, colonia famosissima nella storia del Brasile, ove venne intensificata la coltura del grano ed il cui capo, l'agronomo Giovanni Rossi, fondò la stazione agricola di Blumenau. Rossi, era lo zio del professore del poi celebre compositore Carlos Gomes. Dieci anni dopo, anche nel Paranà, fu fondata da emigranti italiani, la "Colonia Santa Felicità", oggi rinomato centro turistico che alimenta le consuetudini gastronomiche degli italiani e dei loro discendenti brasiliani. Nel 1889, l'afflusso degli italiani in Brasile fu bloccato del Governo Italiano a causa di una epidemia di febbre gialla e, ancor più, per la mentalità dei "fazendeiros" dell'epoca che pensavano di sostituire con gli emigranti italiani gli schiavi, divenuti liberi con la Legge Aurea. Il flusso diretto al Brasile riprese nel 1895, aumentando costantemente e arrivando al limite massimo, nel 1905, con 400 000 coloni. Dopo la II Guerra Mondiale, gli emigranti arrivavano in Brasile da tutta l'Italia. Con la speranza di giorni migliori, caricavano il grande bagaglio culturale; con essi, venivano anche famiglie agiate. Basti pensare a Clovis Bevilacqua, un principe del diritto, e Tullio Ascarelli, professore di diritto commerciale. Ma, fra il popolo, c'erano famiglie che furono le antenate di futuri di grandi nomi: Candido Portinari, il maggior pittore brasiliano; Geremia Lunardelli, il re del caffè; Fulvio Morganti, il re dello zucchero; Giuseppe Cutrale, che nel 1929 eresse, nel centro di Saõ Paulo, il primo grattacielo dell'America Latina, e che fu il punto di avvio della trasformazione da capitale provinciale in grande metropoli. Un altro grande italiano fu Alcide Bortolotti, che fondò il giornale "Il Messaggero" contribuendo allo sviluppo della cultura in Brasile. Gli italiani di San Paolo eressero il maestoso Edificio Italia, di 42 piani, e sulla cui sommità il gruppo familiare Comolatti montò la "Terrazza Italia", punto di attrazione turistica. Nello stesso edificio, vi è la sede sociale del Circolo Italiano, che con il passare del tempo, si trasformò nel centro motore culturale e spirituale degli italiani di San Paolo e, per riflesso, di tutto il Brasile. Gli italiani, dunque, contribuirono alla evoluzione culturale del paese di cui erano ospiti: cattedre universitarie vengono occupate da italiani; scuole inferiori vengono create; giornali locali vengono diretti da emigrati o figli di italiani. Ma vi è un'altra forma di contributo degli italiani alla cultura dei paesi in cui essi emigrarono: la diffusione del socialismo e dell'anarchismo. È attraverso i marmisti toscani e i manovali pugliesi che il verbo socialista si diffuse in tutta l’America. Altre influenze culturali, come la formazione di vere e proprie lingue miste. Le tradizioni italiane restano e vengono divulgate: si pensi ai quattro volumi "Assim vivem os Italianos" di Arlindo Itacir Battistel e di frate Rovilio Costa (di cui diremo in seguito), ove si mostra come una cultura materiale (cucina, musica, edilizia) italiana si conserva, si modifica, influisce sull'ambiente circostante. A volte, si tratta di processi strettamente individuali. Altre volte essi investono intere comunità. Così a Santa Felicidade, una intera cittadina che si costruisce ripetendo fedelmente la struttura (chiesa, campanile, municipio...) del villaggio veneto.
L’interesse per l’Italia e la nostra cultura in Brasile è evidente nel corso degli anni ed, in particolar modo, in periodo recenti. E’ interessante, ad esempio, notare come il " Courrier International" del marzo 2000 riporti un articolo del nostro "Corriere della Sera" dal bel titolo "Brésil: vague d’italomanie", per riferirsi all’interesse ed alla simpatia del popolo brasiliano verso tutto ciò che è italiano. L’utilizzo nel linguaggio quotidiano di piccole parole italiane, quali "va bene così", o "bambino mio", non deriva solo dalla simpatia verso la nostra cultura e verso la nostra lingua ma anche dalla diffusione di programmi televisivi quali la telenovela "Terra Nostra", che racconta le avventure di un gruppo di emigranti italiani in Brasile alla fine del secolo XIX. La telenovela della rete Globo, che ha registrato ben il 60% di audience e che costituisce la produzione più cara mai lanciata dalla rete, ha immerso i brasiliani per settimane nell’Italia e nell’italiano. Il programma, che è terminato in Brasile ed attualmente va in onda in Italia, racconta le vicende di Giuliana, originaria della Brianza, e del fidanzato Matteo, siciliano, che si intrecciano con quelle dei genitori di Giuliana, Giulio ed Anna, e di altri emigranti italiani. Dietro il tutto vi è una buona ricostruzione storica - i primi episodi raccontano, ad esempio, il viaggio in nave da Genova a Santos - ed alcuni luoghi comuni, ma il merito della telenovela pare quello di aver risvegliato maggiormente l’interesse verso ciò che è italiano, anche utilizzando, probabilmente, già la simpatia dei brasiliani verso l’Italia, vista la nostra massiccia presenza in tale grande Paese. D’altra parte, lo studio della lingua italiana è in continuo aumento.
3. I cent’anni di emigrazione italiana
Schematicamente, possiamo dunque suddividere i cent'anni di emigrazione in quattro fasi:
Dopo l'unificazione politica dell'Italia, l'emigrazione era proibita o controllata, e vista con sospetto: la prima legge sull'emigrazione del 1888 permise di uscire dal paese secondo una concezione privatista. L'emigrazione divenne completamente libera, come erano liberi gli agenti dell'emigrazione di allargare i loro «commerci». Il «padrone system», che si basava prevalentemente sulle reti parentali, si rafforzò.
La legge sull'emigrazione del 1901 stabilì per la prima volta l'interesse dello stato verso l'emigrazione, sia attraverso i profitti ricavati dal fenomeno con conseguenze economiche, culturali, politiche, giuridiche, sia proteggendo i connazionali, durante il viaggio e all'estero, contro lo strapotere delle compagnie di navigazione e gli abusi sul lavoro.
La legislazione fascista (1927-1946) coincide col periodo restrizionista, con la recessione economica internazionale, con gli scontri razziali e le tensioni causate dalla guerra. Lo Stato impedisce e controlla i movimenti della popolazione.
La legislazione repubblicana (dopo il 1946) riprende l'indirizzo nazionale dell'inizio del secolo. Per di più cerca di includere l'emigrazione di lavoratori in accordi bilaterali o multilaterali sul lavoro, con lo scopo di inserire la forza lavoro italiana nella costituzione di una Comunità Economica Europea integrata.
Ci pare di identificare 3 tipi di emigrazione italiana in Brasile:
quella verso il Sud del Brasile e Espirito Santo: si tratta di agricoltori che vengono in gruppo, assunti da imprese private o dal governo federale o statale per andare in colonie. Qui ricevono piccoli lotti di terra, formano lotti a tendenza coloniale con conservazione del dialetto locale e costumi e sono completamente isolati dalla popolazione locale. Sono gli italiani del nord - soprattutto di Veneto e Trentino - che si recano nel Sud del Brasile.
quella verso Saõ Paulo, nelle piantagioni di caffè.
quella nel Nordest del paese, ove gli italiani - soprattutto del Sud - arrivano su iniziativa personale o su invito della famiglia o di amici per lavorare nell’artigianato o nel piccolo commercio. Si tratta di individui venuti per "fazer a América".
4. La grande differenza fra l’emigrazione verso il Sud del Brasile e quella verso il Nordest. L’emigrazione italiana nel Nordest: Pernambuco e Recife in particolare.
Una volta deciso di intraprendere il mio viaggio in Brasile, ed in particolare nel Nordest, mi scontravo contro tutti coloro che mi dicevano che la grande presenza italiana era al Sud e che pertanto la mia scelta di recarmi nel Nordest, e principalmente a Recife, non era del tutto intelligente ed utile. Dalle mie ricerche e dai miei incontri con gli italiani, mi accorgevo che la mia scelta non era poi così insensata. Era e resta vero che i grandi numeri dell’emigrazione del nostri paese erano verso il Sud del Brasile, ma mi accorgevo che il Nordest aveva conosciuto un’emigrazione diversa ed a mio avviso forse più interessante. Il Sud dell’emigrazione di fine secolo XIX ed inizio del XX aveva ricevuto gli italiani "poveri", di estrazione agricola per origine regionale e formazione, in cerca di fortuna ed in fuga dalla disperazione. Questi italiani si erano mossi in massa, in gruppi familiari numerosi, per fondare intere colonie che avrebbero mantenuto le strutture della zona d’origine e le loro culture e tradizioni, oltre che il dialetto. Ed all’interno di una politica governativa precisa e ben mirata. Gli italiani giunti nel Nordest, invece, si erano mossi da soli, singoli individui erano partiti su invito di amici o parenti già in loco, soli con le loro idee e le loro forze. Si trattava piuttosto di piccoli imprenditori, di commercianti intraprendenti che avrebbero fondato la struttura economica basilare di alcune delle più importanti città nordestine. Ad inizio secolo si recano nel Nordest italiani provenienti in maggioranza da Napoli, dalla Toscana, dalla Calabria e dalla Sicilia. La piccola città di Trecchina in provincia di Potenza domina completamente la vita di alcune città: Vicente Grillo ed il fratello fondano fabbriche di refrigeranti e di acqua gassata a Salvador e Recife; a João Pessoa le famiglie Grisi e Calabria sono importanti nel campo della metallurgia e dello zucchero. I commercianti italiani sono inizialmente chiamati "carcamanos" dalla popolazione locale. Ma lavorano intensamente e sono importanti punti di riferimento per tutto il tessuto sociale.
L’emigrazione sviluppatasi, in particolare, verso tale regione del Brasile nel secondo dopoguerra, si distingueva non solo per il carattere individuale, caratteristica già presente in precedenza, ma anche e soprattutto per lo spirito che animava i nuovi arrivati dall’Italia: lo spirito imprenditoriale, non la ricerca di "fare fortuna" ma la voglia di avere un lavoro nobilitante, non visto come schiavitù o imposizione ma come diritto-dovere. Gli italiani arrivati nel Nordest erano colti, professionisti, imprenditori, professori universitari e contribuirono enormemente alla costruzione della struttura economica e sociale di importanti città come Recife. La loro presenza nell’industria, nel commercio, nella vita sociale, culturale e politica erano notevoli ed il loro contributo allo sviluppo di tali città assai rilevante.
Certamente, per quanto riguarda l'origine regionale, 1/5 dell'emigrazione totale del secolo è stata fornita dal Veneto e verso il Sud del Brasile: Veneto (3 milioni di emigranti) e Friuli Venezia Giulia (2,2 milioni) hanno fatto i grandi numeri. Circa il 40% dell'emigrazione totale proviene dalle regioni del Nord (Lombardia e Piemonte, 2,3 milioni ciascuna). Però l'emigrazione più diffusa e duratura è dal Sud Italia: Campania (2,7 milioni), Sicilia (2,5), Calabria (2 milioni). Le regioni del Nord partirono per prime principalmente per il Sudamerica, mentre la maggioranza degli emigrati del Sud andò nell'America del Nord. Una buona parte di emigrati del Sud, tuttavia, si recò nel Nordest del Brasile, Recife e Salvador in particolare.
Basti pensare che nel 1921 a Recife viene creata la camera italiana per il commercio: sono presenti l’impresa familiare IPAN (Antica Industria Metallurgica Pernambucana) della famiglia Conte (il fondatore è Francesco Conte di Trecchina, emigrato nel 1922), l’Industria Metallurgica Regina di Domenico Antonio Regina, emigrato nel 1920 (l’impresa rimarrà attiva dal 1942 al 1978) e la fabbrica di bonbon e cioccolato della famiglia Renda-Priori. La prima fabbrica di cemento del Nordest - nel Paraiba - è del 1935, grazie ad Alfredo Dolabella, ai Portela ed ai Conte. Nel 1948, tale fabbrica passa alle Industrie Matarazzo e solo nel 1983 al gruppo Brennand di Pernambuco. La presenza fascista è notevole grazie all’attività dei consolati all’estero che potenziano l’attenzione ai concittadini: il direttorio del fascio a Recife è del 1927. Il 1943 è assai difficile per la comunità italiana, cittadini di un Paese dell’Asse. Con l’entrata del Brasile in guerra a fianco degli alleati i beni stranieri sono confiscati: le fabbriche italiane sono in pericolo nel 1943, ma i beni sono salvati grazie alla fama degli imprenditori ed alle loro amicizie e stima dei brasiliani. Conclusa la guerra gli italiani riprenderanno le attività: tecnici, artisti, impresari arriveranno nuovamente a Recife.
Le interviste ad alcuni italiani che a mio avviso costituiscono alcuni dei pilastri della vita economica e sociale di Recife, e che vengono presentate nei successivi riquadri, sono la testimonianza più significativa dell’importanza della presenza italiana nel secondo dopoguerra. E nuovi italiani arrivano oggi a sostegno delle nostre industrie e della nostra espansione economica verso il Nordest del Brasile, anche nel settore del turismo e della promozione della nostra cultura di cui la gastronomia e l’"italian style" sembrano far parte in misura sempre maggiore.
5. Il Rio Grande do Sul e Frate Rovilio Costa: il "talian" e gli "italo-gauchos".
Uno sguardo particolare mi sembra d’obbligo al Rio Grande do Sul, Stato all’estremo Sud del Brasile, di circa 280 000 km2, con capitale Porto Alegre. L’emigrazione veneta fu massiccia verso tale Stato fra la fine del secolo XIX e l’inizio del secolo XX.
Si è visto come la politica del governo brasiliano avesse nel tempo favorito l’arrivo di emigranti europei e come, in particolare, gli agricoltori veneti e trentini si fossero diretti nelle zone rurali del Sud del Brasile, portando i loro usi, le loro tradizioni e le loro avanzate conoscenze e tecniche agricole. Le comunità createsi vivevano di vita propria, mantenendo e tramandando le loro tradizioni. Inizialmente, provenendo da diverse zone agricole del nord Italia, con dialetti assai diversi, i problemi di comunicazione fra gli emigrati imbarcati sulle stesse navi vennero in parte risolti con la creazione di una lingua mista che fondeva insieme diversi elementi dei vari dialetti e che diveniva a tutti comprensibile. Nacque così quella forma dialettale definita "Talian" e che ancora oggi viene utilizzata nel Rio Grande do Sul. E’ curioso, quando comunico via posta elettronica con Frate Rovilio Costa, leggere i suoi messaggi nella specie di dialetto veneto che è il "Talian". Si tratta di una vera e propria lingua che viene oggi comunemente parlata dagli abitanti di tale Stato all’estremo Sud del Brasile, una lingua ampiamente utilizzata in programmi radiofonici e televisivi locali. Le storie di "Nanetto Pipetta" od altri piccoli racconti sulla stampa locale vengono redatte in "Talian", in famiglia si comunica in tale lingua. Tale lingua resta una lingua familiare con la caratteristica di tradurre esperienze di vita e passatempi. Il "Talian" viene oggi altresì utilizzato negli Stati di Santa Catarina, del Paranà e del Mato Grosso do Sul. Si dice che in tali regioni di campagna, gli abitanti parlino "il linguaggio del gaucho brasiliano". L’"italo-gaucho" è definito oggi come colui che è nato nel Rio Grande do Sul da genitore o genitori italiani o che discenda da italiani, indipendentemente dal possesso della doppia cittadinanza. L’"italo-gaucho", più precisamente, è il prodotto della grande immigrazione agricola o il discendente di italiani giunti per proprio conto dopo la II Guerra Mondiale. Gli elementi che lo caratterizzano sono indicati nell’organizzazione della famiglia, nella costruzione del villaggio (strade, chiese e comunque struttura del villaggio veneto) e nel modo di vivere di vestirsi, di alimentarsi, di educare.
Nella letteratura fiorita da italiani di tale zona, ricordiamo Frate Rovilio Costa, di origine cremonese, o José Clemente Pozenato, di origine veronese, professore ed autore, fra gli altri, di "O quatrilho", da cui l’omonimo film. Nella vita religiosa, Leonardo Boff, di origine bellunese, teologo della Teologia della Liberazione, e noto filosofo, autore del recente "Ethos mondiale".
6. I numeri dell’emigrazione italiana in Brasile
Nell'arco di un secolo sono emigrati in Brasile circa 1 500 000 di italiani, di cui 1 230 000 tra il 1876 e il 1914, poco più di 100 000 nel periodo tra le due guerre e circa 130 000 nel secondo dopoguerra. Questa relativa "anzianità" del gruppo spiega il suo carattere di componente ormai "invisibile" nelle statistiche, essendo ormai stata raggiunta e superata la terza generazione. Le fonti statistiche brasiliane presentano grandi differenze rispetto a quelle italiane, dando circa 180 000 unità in più entrate in Brasile nel periodo 1871-1900: tali cifre sembrano più attendibili, anche perché le rilevazioni sono iniziate prima. Nel periodo 1875-1890 gli italiani contribuirono per quasi il 90% all'immigrazione totale del Rio Grande do Sul, per scendere a circa la metà nel decennio successivo.
Per il Rio Grande do Sul è possibile disporre di dati più analitici per gruppi etnici; dall'analisi dei discendenti da genitori entrambi della stessa origine risulta che, nonostante il numero relativamente basso dei primi arrivati, il ritmo di crescita naturale della popolazione è stato elevato.
Per quanto riguarda lo Stato di São Paulo, le oscillazioni congiunturali dell'economia produssero un impatto diverso sulla dinamica demografica generale e degli immigrati, nel senso di ridursi prima nel tempo e anche nell'intensità. Mentre all'inizio del secolo è ancora alto il livello riproduttivo, a partire dagli anni Trenta esso si riduce, in forma più significativa nella città paulista. In ogni caso il periodo di maggiore crescita naturale coincide con quello di maggior afflusso di immigrati. Il censimento brasiliano del 1920 registrava 558 405 italiani (mentre il Commissariato generale dell'emigrazione ne stimava tre volte tanto). A seguito della caduta dei flussi italiani e dell'invecchiamento della comunità, l'ammontare complessivo diminuiva. Al censimento del 1940 gli italiani in Brasile erano calcolati in circa 330 000. Per comprendere la proporzione del mutamento basti pensare che i 600 000 italiani dell'inizio del secolo rappresentavano più del 52% degli stranieri, mentre i 277000 del 1945 ne costituivano appena il 20% (il 27,9% nel caso dello Stato di São Paulo). Poco meno dei 2/3 aveva dai 50 anni in su, segno evidente di un già avviato processo di invecchiamento. La sproporzione tra sessi non era accentuata (100 uomini su 91 donne). Il processo di integrazione nella società brasiliana era abbastanza accelerato, come dimostrava la percentuale di quelli che parlavano l'italiano in casa (solo il 13%; ma non va dimenticato l'effetto della legge brasiliana del 1939 che proibiva le lingue straniere). Nel secondo dopoguerra, dunque, gli italiani che si sono diretti in Brasile sono stati 125 000, di cui 45 000 ritornati.
La comunità italiana di prima generazione è ormai in via di invecchiamento ed estinzione, mancando una costante alimentazione di nuovi flussi. Tuttavia, negli ultimi anni è aumentata la componente qualificata, per la presenza di ditte e imprese italiane con personale e quadri venuti dall'Italia. L’incontro con alcuni esponenti della comunità italiana di Recife mi rivela, infatti, che nuove generazioni di italiani arrivano oggi nel Nordest per lavorare nelle imprese italiane e nel turismo.
Con tali dati contraddittori risulta pertanto difficile calcolare la componente demografica complessiva di origine italiana, includendovi le terze generazioni ed oltre, mancando spesso il dato sulla nazionalità e sul luogo di nascita dei genitori. Oggi concentrata nella circoscrizione di Saõ Paolo, Rio de Janeiro ed in alcuni centri del Rio Grande do Sul, sparsa per il resto in tutto il Paese, la collettività italiana in Brasile supera certamente le 500.000 unità. Si tratta nella maggioranza dei casi di emigrazione alla terza o quarta generazione, ben stabilita nel territorio e perfettamente integrata.
Dopo la II Guerra Mondiale, passato il momento di disagio in cui si era venuta a trovare per il fatto che il Brasile si trovava in stato di belligeranza con l'Italia, la posizione sociale della comunità italiana è nella maggior parte dei casi ulteriormente migliorata. Nei settori dell'imprenditoria, della ristorazione, della coltivazione o delle libere professioni, gli italiani sono andati via via sempre più affermandosi, aprendosi anche la strada ad una più attiva partecipazione politica nella vita del Paese. Secondo dati delle Autorità' brasiliane, la comunità' di origine italiana in Brasile potrebbe essere stimata tra i 23 e i 25 milioni.
Per quanto concerne la diffusione dell’italiano, fermo restando un aumento delle richieste di corsi, pare in netta espansione nelle circoscrizioni di San Paolo e Belo Horizonte, permanendo più diffusa a livello passivo altrove.
Alcuni dati attuali:
Totale iscritti all'anagrafe degli uffici consolari: 300.000.
Ripartizione stimata per sesso e fasce d'età
Anziani: 75.000 ca Donne: 130.000 ca Uomini:120.000 ca
Settori di occupazione:
Liberi professionisti: 18% Operai e impiegati: 10% Funzionari: 6%
Commercianti: 14% Casalinghe: 20% Pensionati: 15%
Altri: 17%
Scolarizzazione:
Laureati e diplomati: 53% Licenza elementare e media: 40% Nessun titolo: 7%
Diffusa é l’attività associativa delle nostre collettività soprattutto nelle zone di loro più forte insediamento.
In preparazione delle elezioni CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all'Estero), tenute nel 1998, le associazioni riconosciute ai sensi dell' art. 13 legge n. 368/89 e dell'art. 7 D.P.R. n. 434/90, e quindi di maggior radicamento ed anzianità nel paese, sono risultate circa 130, in un universo di circa 1.400, che operano con minor continuità ma che testimoniano un patrimonio di valori comuni e di legami con il paese d´origine.
Punto di aggregazione per le associazioni di italiani presenti in Brasile sono i Comites, istituiti presso ogni circoscrizione consolare. Il mondo dell'emigrazione in Brasile ha una propria stampa a circolazione locale, in cui vengono trattate questioni di interesse per le rispettive comunità, e in generale, per tutti i connazionali ed oriundi residenti in Brasile. La collettività italiana in Brasile usufruisce di servizi radio e televisivi, in parte di origine locale (radio locali che trasmettono esclusivamente in italiano, o che inseriscono nei loro programmi trasmissioni in lingua italiana o i servizi di "RAI International").
24/12/2000, Intervista a Recife a Romano e Mirella Andreotti, imprenditore e scultrice
Romano nasce a Lucca, Mirella, oggi famosa scultrice, a Livorno. Sposatisi in Italia negli anni ‘50 partono per il nord del Paranà lasciandosi alle spalle la II guerra mondiale ed un’Italia distrutta. Durante la II guerra mondiale Romano è ufficiale di collegamento con l’armata americana: entra in contatto con i brasiliani che resteranno amici e che rivedrà in Brasile (entrerà nella Confraria della Cavalleria brasiliana dalla quale ne riceverà la spada onorifica). Giunti nel nord del Paranà, si trovano in una fazenda di caffè ove Romano decide di restare solo 1 mese. Alla domanda del perché hanno scelto il Brasile, mi indicano che la loro partenza è stata decisa per invito familiare (la sorella di Romano si trovava già da tempo in Brasile). Si recano quindi a Londrina, città fondata dagli inglesi, centro dell’epoca d’oro del caffè, ove Romano lavora in una banca. In tale città vi erano già impresari ed industriali italiani i cui capitali erano rimasti intatti e non distrutti dalla guerra (Cinzano, Pirelli). Vi restano 4 anni. Qui Romano conosce uno speculatore immobiliare che aveva ottenuto una concessione per vendere della terra nel Mato Grosso. Si reca in Italia per proporre l’acquisto di tali terre immense ma fortunatamente il consiglio di un amico avvocato fa terminare l’avventura: la terra è degli indios.. e dunque intoccabile. Incontra il Conte Cinzano in Italia il quale gli suggerisce di incontrare il responsabile dell’industria a Saõ Paulo. Romano entra alla Cinzano che apre una fabbrica in Recife (1956) e che acquista un terreno sul fiume Saõ Francisco: nasce la 1° piantagione d’uva del Nordest. Viene mandato a New York, ove resta 2 anni e 14 anni con la Cinzano. Romano e Mirella rimarranno poi a Recife ove Romano lavora con una ditta tedesco-brasiliana-americana (Microlite) che fabbrica pile restandone direttore per 33 anni. La moglie inizia un poco a dedicarsi alla pittura negli Stati Uniti ma inizia la sua vera carriera artistica nel 1965. Romano è presidente del Centro dell’industria (associazione indipendente di imprese), svolge un ruolo fondamentale per lo sviluppo industriale della regione; nel 1999 riceve la medaglia al merito industriale.
A Londrina incontra un esponente della 1° immigrazione (1890), senza cultura ed arrivato con le "croste" sotto le braccia, senza conoscenza di bagni ed acqua... Mi fa notare come questa emigrazione differisca da quelle degli anni 50 di cui Romano e Mirella facevano parte. L’immigrazione di inizio secolo era partita dall’Italia con l’idea di fare fortuna. Negli anni 50 era diverso, la fortuna era già quella di avere una cultura, l’educazione. Si voleva solo lavorare. La grande differenza fra le due emigrazioni stava nel concetto stesso del lavoro. Per la prima il lavoro era un obbligo, un supplizio, se non una vere e propria schiavitù, mentre per la seconda esso costituiva un diritto-dovere, una cosa sacra e a non disprezzare. Formato alle idee socialiste, per Romano il lavoro era ed è un bene e nobilita. Mi mostra diverse foto: con il conte Cinzano, la prima piantagione di uva nel Nordest, l’aeroporto di Recife con insegna Cinzano allo stile di Hollywood, le pubblicità della Cinzano a carnevale e Natale nelle vie di Recife, con il vice-presidente del Brasile le esposizioni della moglie a Saõ Paulo ed Olinda.
Romano e Mirella sono completamente Integrati nella città di Recife ove vivono da quasi 45 anni.
28/11/2000 - Intervista a Recife con Adriana Romano, alta funzionaria del Consolato d’Italia di Recife.
Adriana è nata a Recife, la famiglia di piccoli commercianti è originaria di Salerno (un membro della sua famiglia aveva una gelateria in Boa Viagem distrutta nel 1943 dal movimento contro gli italiani come manifestazione contro l’asse e a seguito dell’entrata in guerra del Brasile a fianco degli USA). L’incontro della settimana precedente con il vice-console, Maria Grazia Ascione (di recente nomina, proveniente da Rio), aveva rivelato una non forte presenza italiana nell’intera circoscrizione del consolato, che abbraccia più città (circa 8000-10000 persone). Adriana mi indica che tuttavia l’importanza della presenza italiana dal punto di vista economico, culturale e sociale nella città di Recife è notevole.
29/11/2000 - Intervista a Recife a Maria Rosa Signaroldi ed marito Attilio Dall’Olio, professori universitari
Maria Rosa è di Piacenza, Attilio di Parma. Attilio lavorava all’Università di Parma ed arriva nel 1968 a Recife su invito di un amico che conosce un sacerdote professore, il Prof. Carlo Borghi, direttore del centro di energia nucleare dell’università federale di Pernambuco (UFPE) di Recife. Attilio ha inizialmente un contratto per 2 anni alla UFPE, poi resta. Ora Maria Rosa ed Attilio sono entrambi professori. Nel 1975 il prof. José Francisco Di Mello rientrava dall’Italia dove aveva effettuato uno stage all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) a Roma, Dipartimento di antibiotica. Il prof. Marini Bettolo, direttore allora dell’ISS, dà l’idea di fondare il comitato Dante Alighieri a Recife, che viene creato con altri professori brasiliani che avevano studiato in Italia. E’ il 1975. Questo gruppo di italiani e di amici brasiliani inizia a dare corsi di lingua italiana in una stanza ceduta da una clinica psichiatrica di Recife, ove l’amministratore della clinica era figlia di italiano (Gilda Gavaglia, figlia di Carlo, che oggi dà il nome alla biblioteca della Dante). Il primo piano della Casa d’Italia era all’epoca affittata ad una scuola di ballo ove un’anziana italiana, Laura, insegnava italiano in una stanzetta (la prima insegnante di italiano di Recife). Le lezioni della Dante iniziano al piano terra, date da Maria Rosa e dalla figlia del prof. Di Mello che aveva studiato in Italia. Gilda Gavaglia le segue. Il gruppo non è mai stato sovvenzionato dal governo italiano che ha iniziato a ricevere sostegno economico solo negli ultimi 3 anni. I professori sono soci collaboratori della Dante, tutti volontari. Il gruppo fondato da Maria Rosa ha una convenzione con il comune di Recife e di Itamaracà per l’insegnamento gratuito dell’italiano ed un corso nell’ambito del programma universitario "università aperta per la terza età".
Ringrazio Medic’Air International S.A., 35 rue Jules Ferry - 93170 Bagnolet, Paris, per avere reso possibile il mio viaggio a Recife. Un ringraziamento anche alla redazione di Focus che mi ha incoraggiato, a Marcos Aurelio Guedes de Oliveira che mi ha guidato in Recife, a Mirella e Romano Andreotti, Maria Rosa ed Attilio Dall’Olio per le interviste concessemi, al Consolato d’Italia a Recife, ed in particolare ad Adriana Romano ed al vice-console Maria Grazia Ascione, alla Casa d’Italia "Dante Alighieri", agli amici brasiliani.